| PREMESSA |
Con questo articolo, pubblicato
sul quotidiano La stampa il
6 settembre 1951, Vittorini chiarisce definitivamente le ragioni del suo
distacco dal partito comunista, nel quale aveva militato dagli anni della
Resistenza. Vittorini parla di “delusione”, perché a suo parere il
partito non ha saputo scegliere la strada della rivoluzione liberale, nella
quale lui come altri avevano creduto che il PCI si sarebbe avviato.
Le vie degli ex-comunisti
Anche
in Italia si conta oggi una fila di scrittori che sono stati comunisti o filo-comunisti
e che non lo sono piú. Scrittori tra cui quattro o cinque di pensiero. E
qualche pittore, qualche esperto di teatro, qualche esperto di cinematografo.
Molto o poco noti (da Alfonso Gatto, poeta, a Felice Balbo, filosofo) e tutti
piú o meno della stessa generazione, uomini cioè fra i trentacinque e i
quarantatré anni; possiedono qualità d'ingegno non inferiori a quelle di
transfughi illustri del comunismo come Stephen Spender
[1]
, o il romanziere Richard Wright
[2]
, o il regista Edward Dmytryk
[3]
. Ma non si potrebbe dire che con essi si sia ripetuto in Italia
quanto è accaduto, con dozzine di scrittori o artisti, in Francia, in Gran
Bretagna e negli Stati Uniti, prima dell'ultima guerra. Soltanto il caso di
Ignazio Silone
[4]
, uomo politico oltre che romanziere, può essere considerato, per
l'Italia, spiritualmente analogo al caso dei francesi, degli inglesi e degli
americani. E comunque è piú facile trovare affine al rifiuto di André Gide
[5]
l'atto di ripudio dei Magnani e dei Cucchi, dei politici puri, che
il gesto apparentemente ambiguo col quale i Gatto e i Balbo hanno smesso di
subire l'aut‑aut del moralismo
comunista.
La
differenza tra le due categorie si rivela già nel momento delle adesioni.
Per
quali motivi aderiscono al comunismo gli «europei» (e americani degli U.S.A.)
che poi se ne sono staccati? Le loro confessioni al riguardo (non escluse
quelle del negro americano Richard Wright) mostrano che ciascuno ne ha di
personali, ma che tutti sono posseduti da angosce e da speranze piú o meno
dello stesso tipo.
La
società dei tre Paesi in cui vivono
[6]
è capitalistica e liberale insieme. I vantaggi umani del
liberalismo politico si confondono in essa con gli svantaggi sociali del
capitalismo. Gli uni vi possono apparire associati agli altri, e indivisibili
dagli altri. Le contraddizioni di un sistema economico che perpetua nei
rapporti del capitale col lavoro tanti aspetti del mondo feudale possono
sembrare contraddizioni specifiche della libertà politica, o addirittura suoi
attributi. L'ineguaglianza può sembrare la condizione della libertà. E tutte
le conquiste graduali di una lotta millenaria dell'uomo contro il dispotismo
degli organizzatori possono non essere considerate che come conquiste di
classe della borghesia ottenute nei pochi decenni della sua rivoluzione.
Si
aggiunga a ciò quanto persiste di romantico nella cultura moderna. Per
esempio, il rimpianto della presunta unità spirituale che ogni pensatore
romantico invidiò al Medioevo, e che Marx non seppe lasciar fuori, purtroppo,
dalla propria dottrina. Oppure l'idealizzazione della facoltà di credere (e
cioè di accettare, di non dubitare, di rinunciare alla critica e alla ricerca
come fonti di vita), per cui accade che i giovani si trovino cosí spesso in
balìa del bisogno di avere a qualunque costo qualcosa
di superiore a loro nella quale credere. O il vizio che fu d'ogni epoca di
ritorsione, prima d'esser romantico: quello di sentirci piccoli e incapaci di
fronte ai nostri compiti umani; sentirci legati dai nostri difetti; disperare
di «liberarci» da soli; e tendere a metterci nelle mani di qualche organismo
(leggi, di qualche polizia) che non debba piú assecondarci nei nostri umori e
possa renderci buoni e bravi, finalmente, con la virtú incorruttibile di una
forza esterna a noi.
Sono
aberrazioni che sembrerebbero tipiche della gioventú divenuta fascista in
Italia e in Germania. Specie l'ultima: della liberazione, diciamo, «par les
fonctionnaires», e insomma «par les flics», anziché «par nous‑mêmes»
[7]
. Invece risultano profondamente attive, proprio nei Paesi dove
l'abitudine all'esercizio delle libertà civili ha uno spessore già di
parecchie generazioni. È in tali Paesi, in Francia, in Inghilterra, negli
Stati Uniti, che la libertà di parola o la libertà di cambiar residenza
possono venir giudicate irrisorie. La loro importanza umana sfugge a chi non
ne ha mai conosciuto la privazione. Ed è a Parigi o a Londra che le sentiamo
chiamare «menzogne» con la convinzione piú seria e meditata.
Anche
il comunista operaio, in Francia, e tanto piú in Inghilterra, dov'è raro, o
negli Stati Uniti, dov'è rarissimo, si pone nella sua lotta contro il
capitalismo su un piano di reazione antiliberale. Accusa anche lui «bisogni
morali» di carattere romantico. E’ un operaio di cui si può dire che ha
ereditato la filosofia, come voleva Marx, ma in continuazione di Nietzsche o
di Dostoievskij piuttosto che della grande linea umanistica sottintesa
nell'espressione marxiana. E lo scrittore o artista che aderisce al comunismo,
in Francia, in Inghilterra o negli Stati Uniti, lo fa appunto perché vede
nello sforzo dell'U.R.S.S., nello sforzo dello Stato russo, il modo di
risolvere, congiuntamente ai problemi sociali, i vari disagi spirituali
contemporanei, ch'egli tiene in conto, con Nietzsche o con Dostoievskij, di
malattie, e che attribuisce alle trasformazioni dei rapporti umani in senso
liberale, sempre riammesse come «nefaste» dopo d'esser state negate come
«bugiarde».
Egli
pensa, cioè, che i comunisti lavorino a fabbricare un Dio terreno capace di
svolgere tra gli uomini la stessa funzione unificatrice che aveva tra essi la
fede nell'antico Dio celeste, e capace peraltro di svolgere la funzione di
Provveditore che invano gli uomini hanno chiesto, per millenni, alla Divinità
dei Cieli. Il suo consenso ideologico, nell'aderire al comunismo, non potrebbe
dunque essere piú assoluto. Egli vuol collaborare alla fabbrica di Dio, e
l'ideologia comunista è per lui la tecnica che prepara i materiali umani alla
rifusione in elementi divini. Ma ecco che, collaborando, si accorge di come un
uomo, anche l'ultimo degli uomini, sia potenzialmente piú grande e piú
complesso di tutto il macchinoso organismo collettivo entro il quale lo vede
ridotto a vite o a bullone del nuovo «universale». Grida allora che il Dio
in fabbricazione è fallito. Grida anche che l'ideologia grazie a cui si è
prodotto un disastro simile deve avere dei difetti gravi, e dev'essere
riveduta. O grida che dev'essere stata intesa male e che occorre provarsi ad
intenderla meglio. In sostanza, è diventato ideologicamente diverso. Aveva
aderito al comunismo da antiliberale, e se ne distacca (a meno che non cada
nel fascismo) da liberale.
L'adesione
e il distacco dal comunismo degli scrittori e artisti italiani (tranne,
ripeto, per Ignazio Silone che è travolto dagli interessi politici in troppo
giovane età e portato quindi ad avere, come ogni uomo immerso nella politica,
una sorte piú europea) avvengono invece senza il minimo mutamento ideologico.
Nessuno
di loro ha dato al riguardo delle spiegazioni che autorizzino ad affermarlo;
ma sono io stesso uno di loro, anche se non ho mai posseduto, per
trascuratezza debbo dire, e non per cautela, la tessera del partito: dei primi
ad entrare nel gran giro, con la guerra; dei primi pure (si era nel 1947) a
tirarmene fuori; e credo di poter presumere che com'è andata per me sia
andata piú o meno per tutti.
Nel
'41, quando le adesioni cominciarono, si aveva in Italia il fascismo già da
diciannove anni. I «nostri» scrittori ed artisti erano dei giovani tra i
venticinque e i trentatré anni, e gli svantaggi sociali del capitalismo
apparivano loro terribilmente aggravati dall'abolizione delle libertà
politiche e civili, assoluta in certi campi e relativa in altri. Capitalismo e
liberalismo non erano per essi una cosa sola. Avevano il primo senza avere
nulla del secondo; e questo rendeva loro sospetto come fautore di fascismo
tutto ciò che dell'uomo e della sua cultura (o della sua ingenuità)
modulasse motivi antiliberali. La realtà totalitaria in cui vivevano li
conduceva a riscoprire la grandezza individuale dell'uomo che nasce solo,
muore solo, e non è libero se non può contare anzitutto su una sua libertà
di singolo; individuale com'è individuale la nascita e com'è individuale la
morte. La libertà di cambiar mestiere o di cambiar residenza non erano
«irrisorie » per essi, che dovevano chiedere continuamente dei nulla-osta
alla burocrazia del regime. E la libertà di parola non era in nessun modo una
«menzogna» per essi che sperimentavano ogni giorno come la sua mancanza
equivalga a mancanza della parola stessa, perché uccide la fiducia tra uomo e
uomo, e annulla la possibilità di farsi compagnia anche tra analfabeti.
Essi
aborrivano, peraltro, l'ingiustizia sociale propria del capitalismo. Ma la
consideravano un difetto di libertà che occorresse risolvere, approfondendo
la lotta per i diritti dell'uomo fino a snidare i privilegi che li limitano da
tutti i persistenti castelli medioevali dell'economia. L'esperienza che
avevano di un capitalismo senza liberalismo li faceva ragionare come i
contadini e operai del nostro Mezzogiorno e dei paesi semifeudali in generale.
Analizzate le aspirazioni spontanee di quei contadini e operai, e troverete
che sono, praticamente, per un liberalismo senza capitalismo. E come accade
tuttoggi che quei contadini e operai portino l'acqua delle loro aspirazioni al
mulino comunista, cosí poté accadere che i nostri scrittori e artisti, verso
il 1942, e specie nel corso della guerra civile, scambiassero il comunismo per
una nuova forma storica capace di passar sopra a qualsiasi preconcetto
ideologico e di farsi la continuatrice della rivoluzione liberale, secondo le
nuove esigenze storiche messe fuori, un po' dovunque, da quasi tutti i popoli.
Essi
aderiscono al comunismo, voglio dire, unicamente sul piano della storia:
valutandolo in base all'aspetto storico che U.R.S.S. e partiti associati
assumono, mentre lottano contro il fascismo. Sul terreno ideologico, che
considerano in movimento, non tentano nemmeno di affacciarsi, chi fino al '46,
chi fino al '47, e chi addirittura fino al '48. Perciò ogni loro delusione
riguardo al comunismo non è una delusione che produca in loro un mutamento
ideologico, ma una delusione che li riempie di amarezza storica. Essi non
pensano: «Il comunismo non è quello che credevamo». Pensano, invece: «Il
comunismo non è diventato quello che la storia lo spingeva a diventare».
Rimasti sempre (anche i cattolici Balbo e Motta) i liberali che erano al
momento di aderirvi, non possono non staccarsene appena si persuadono che la
realtà del comunismo è antiliberale. Impiegano, invero, anni a
persuadersene. Le risoluzioni oscurantiste che prendono nome da Zdanov
[8]
, le decisioni da Concilio tridentino del Cominform
[9]
, i processi uso processi‑delle‑streghe delle varie
capitali balcaniche, e via di seguito, non sono determinanti che per due o tre
di loro. I piú non si risolvono a rompere gli indugi che quando anche la Cina
(tra l'autunno scorso e quest'inverno) si chiude nella camera di sicurezza
d'un regime totalitario e smentisce la loro speranza di vederla operare, con
l'impeto liberale ch'era nel popolo cinese, una trasformazione del comunismo
in senso effettivamente liberatore.
Ora
si trovano tutti a dover ammettere (esplicitamente o implicitamente) che il
dottrinarismo comunista è già andato troppo avanti nella sua tendenza a
costituirsi in chiesa per poter raccogliere le reali aspirazioni storiche
degli uomini, e adeguarvisi. E’ già quello che era la Chiesa cattolica nel
Medioevo: una forza che si serve della storia, che lusinga la storia, che è
nella storia, che fa storia, e che tuttavia arresta o inceppa la vera corrente
della storia (e cioè della vita). La quale è ancora la millenaria corrente
liberale, in cui la rivoluzione di classe della borghesia seppe a suo tempo
inserirsi. Il dottrinarismo comunista nega che vi sia, sommato tutto, un
movimento storico generale a indirizzo liberatore. Non riconosce che movimenti
storici particolari a indirizzo di classe. E cosí, credendo in fondo solo
nelle tirannie, avendo in disprezzo ogni spontaneità dell'uomo, spinge la
rivoluzione comunista a inserirsi nell'altro movimento storico generale, che
procede intrecciato col primo ma rivolto all'indietro, come suo rovescio e suo
contrario.
La
differenza tra le due categorie di ex‑comunisti produce una differenza
anche nel loro atteggiamento politico attuale?
Certo,
il fatto di aver considerato il comunismo come Dio porta ora i primi, o la
maggior parte dei primi, a considerarlo come il Diavolo. Essi sono diventati
liberali, salvo nei riguardi del loro antico oggetto di fede. Mentre i
secondi, che hanno considerato il comunismo entro limiti umani quando vi
aderivano, conservano la possibilità di considerarlo entro limiti umani
anche ora che lo rifiutano, e di essere quindi liberali anche nei suoi
riguardi. Non diversamente, si capisce, da come accadeva di essere liberali,
nei secoli passati, verso il cattolicismo, che pur era antiliberale.
(«La
Stampa», 6 settembre 1951).
![]()
[1]
Stephen Spender (1909-1990) fu un poeta
inglese, che da un impegno socialista è passato a tematiche intimistiche. ![]()
[2]
Richard Wright (1908-1960) fu scrittore
statunitense, che iniziò il genere della narrativa negra di denuncia
sociale. ![]()
[3]
Dmytryk Edward (1908.1989) fu regista
cinematografico statunitense (L’ammutinamento
del Caine, 1949). ![]()
[4]
Ignazio Silone (pseudonimo di Secondo
Tranquilli, 1900-1978) fu autore di importanti romanzi (Fontamara,
Il segreto di Luca, Pane e vino…).
Partecipò alla fondazione del P.C.I.; ma uscì dal partito nel 1930.
Recentemente fu accusato di essere stato una spia del fascismo. ![]()
[5]
André Gide (1869-1951) scrittore francese,
premio Nobel nel 1947. Personaggio anticonformista e innovatore in
lettetatura, anticipò i temi del surrealismo e dell’esistenzialismo. ![]()
[6]
Cioè appunto Inghilterra, Francia, Stati
Uniti. ![]()
[7]
Cioè: “grazie ai funzionari”, “grazie
ai poliziotti”, “grazie a noi stessi”. ![]()
[8]
A. Aleksandrovic Zdanov (1896-1948) era
ministro della cultura nell’U.R.S.S. guidata da Stalin (negli anni
1922-1953), operò contro ogni autonomia della cultura. Da lui fu coniato il
termine zdanovismo, ad indicare in
generale uno stretto controllo del potere politico in campo culturale. ![]()
[9]
Organismo politico internazionale di
collaborazione tra i partiti comunisti europei. Fu in vigore dal 1947 al
1956. ![]()