PREMESSA

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 Questa lettera scritta da P. Togliatti, segretario del P.C.I., a Vittorini (e pubblicata sul n. 1° di Rinascita, ottobre 1946) fu da quest’ultimo pubblicata sul numero 33-34 del Politecnico (settembre-dicembre 1946). Vittorini aggiunse due corsivi alla lettera, uno, all’inizio, per presentarla, ed uno, alla fine, per un primo commento (dove emerge anche una sorta di autocritica), ma soprattutto per preannunciare una sua ponderata risposta (che uscirà in effetti sul successivo numero del Politecnico con il titolo Suonare il piffero per la rivoluzione?).
In questa lettera Togliatti ribadisce le critiche già fatte da Alicata al
Politecnico, accusato di “non aver mantenuto le promesse” di battersi per il “rinnovamento della cultura”, sostituendo “l’indirizzo annunciato” con “una strana tendenza a una specie di “cultura” enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente, prendeva il posto della scelta e dell’indagine coerenti con un obiettivo, e la notizia, l’informazione…sopraffaceva il pensiero”.
Inoltre Togliatti riprende il tema dei rapporti tra politica e cultura, ribadendo la sua convinzione dei “rapporti strettissimi di dipendenza reciproca” tra le due attività, segnalando comunque il primato della politica.

 

POLITICA E CULTURA
UNA LETTERA DI PALMIRO TOGLIATTI

   

«Politecnico» era già pronto ad andare in macchina quando è arrivata, col n. 10 di «Rinascita», la lettera che mi scrive Palmiro Togliatti sull'argomento dei rapporti tra «politica» e «cultura» come fu posto lo scorso numero qui nella rubrica delle «Risposte ai lettori». Il fatto che il capo di un grande partito di governo abbia scritto ad un intellettuale intervenendo in una discussione di carattere culturale (e non per giudicarla dal di fuori ma per penetrarvi con tutta la propria esperienza e portarla molto più a fondo di quanto non fosse stata portata) è troppo importante e nuovo nella storia della cultura italiana perché «Il Politecnico» potesse pubblicarsi senza metterlo subito in rilievo. Ecco la lettera:

 

Caro Vittorini,

ho letto il tuo scritto Politica e cultura nel n. 31-32 del «Politecnico» e vedo che a questo scritto ha dato occasione una breve nota di Alicata, pubblicata nel n. 5-6 di «Rinascita» di quest'anno e in cui si fanno alcune critiche alla rivista che tu dirigi. Debbo subito dirti, perché non ne scapiti la verità, che come non condivisi le critiche in altra occasione fatte su un nostro giornale a uno dei tuoi libri [1] , e volli anzi fartelo sapere subito e per iscritto, così questa volta il fondo delle osservazioni di Alicata mi trova consenziente. Potrei anzi aggiungere: adsum qui feci [2] , riferendomi alla conversazione avuta con Alicata prima ch'egli scrivesse. Posso ammettere, anzi ammetto senz'altro, che il critico dell'opera tua non abbia approfondito l'indagine, limitandosi a un colpo di fioretto; ritengo però che la direzione fosse giusta, e se avessi avuto io stesso l'agio di occuparmi criticamente del «Politecnico», in quella direzione mi sarei mosso anch'io.

Ma quello che non capisco è la reazione tua, o per dir meglio quella dei tuoi lettori a cui tu a tua volta reagisci, a quel nostro superficiale accenno critico. Ma davvero l'influenza indiretta sopra di noi dei nostri avversari e dei nostri nemici, del loro calunnioso argomentare, può arrivare a un punto tale per cui una rivista comunista non potrà più esprimersi criticamente a proposito di una pubblicazione culturale fatta da comunisti [3] , senza che s'apra la ridicolissima campagna sulla nostra intolleranza, sul soffocante controllo che noi pretenderemmo esercitare sopra le attività intellettuali, sulla sconfessione che attende inesorabile quei comunisti i quali si occupino di questioni culturali, e via dicendo? Oh quando la finiranno, questi tuoi benedetti lettori, di credere alla storia del lupo? E se un comunista scriverà un libro di versi, e io gli dirò che li trovo brutti, oppure, come dissi una volta a un compagno ed amico, gli dirò che saran bellissimi, ma solo non capisco perché egli vada a capo proprio dopo quella parola e non dopo un'altra qualsiasi di quelle che allinea in ciò che chiama un verso e che se non ci fosse quell'inconveniente del cervellotico andare a capo mi parrebbe una passabile prosa, anche allora gridereste o avreste paura che si gridi alla tirannide oppressiva della libertà, diciamo, del poetare? In questo caso permetterete però a me, a mia volta, di protestare in nome della libertà del mio gusto e del mio giudizio.

Ma tu allarghi la questione, trattando in generale dei rapporti tra ciò che chiami la politica e ciò che chiami la cultura. Accetto l'allargamento del dibattito e la discussione, ma non accetto la soluzione che tu dài. La politica, tu dici, è cronaca; la cultura è storia. Falsa generalizzazione! Vi sono atti politici compiuti da uomini politici ‑ certi discorsi di De Gasperi [4] , per esempio, ‑ che sono al di sotto anche della cronaca. In questo sono d'accordo con te. Ma vi sono atti compiuti da uomini di cultura e che si mantengono nell'ambito culturale, i quali sono anch'essi al di sotto della cronaca, e cattivo uomo politico e peggiore uomo di cultura finirebbe per diventare chi accettasse per buona questa tua distinzione. Da essa tu ricavi infatti, e ricavi logicamente, che è l'uomo di cultura che deve dirigere, salvo i periodi rivoluzionari, in cui anche il politico opera trasformazioni qualitative, cioè tali che investono tutte le manifestazioni e tutte le forme della nostra civiltà. Cosicché, quando don Benedetto Croce [5] , nell'anno di grazia 1908 (salvo errore), scrisse quella sua famosa intervista al «Giornale d'Italia» in cui diceva che il marxismo è morto, e la scrisse, rivolgendosi ai politici, come uomo di cultura, noi avremmo dovuto dargli retta? E bada, non si trattava soltanto di una intervista, che l'intervista non era altro, in sostanza, che il prodotto secondario di un sistema il quale si presentava con tutto il fasto delle grandi costruzioni culturali, e guai al movimento operaio e al partito della classe operaia se i politici, cioè i capi nostri più illuminati, non avessero reagito con energia e intransigenza assoluta, per impedire che partendo da quella posizione si spezzasse tutta l'ossatura ideologica del movimento e questo crollasse miseramente su se stesso. Che il marxismo sia morto, oggi non lo crede più nessuna persona seria. Chi ha fatto storia, sono stati i politici marxisti intransigenti; e l'intervista può ancora essere considerata, con curiosità, come un episodio di cronaca della cultura, diciamo, «napoletana» dell'inizio di questo secolo.

Troppo sommario, quindi, il tuo giudizio, ché tra politica e cultura passano legami strettissimi di dipendenza reciproca, e tutte e due si muovono nella storia, quando si adeguino, s'intende, ai loro obiettivi.

Altrettanto sommaria, però, e quindi non accettabile, mi sembra la tua distinzione tra i momenti in cui il politico opera o tende a operare trasformazioni solamente quantitative, e il momento in cui la sua azione incide sulla qualità. Comprendo che tu avessi bisogno di questa distinzione per non essere costretto a respingere o condannare i sovvertimenti e rinnovamenti culturali operati dalle rivoluzioni; ma perché lasciar cadere la dottrina del buon vecchio Hegel, che ci insegnò a non separale con una barriera la quantità dalla qualità, ma a comprendere il passaggio dalla prima alla seconda, anzi la trasformazione del cambiamento quantitativo in cambiamento qualitativo? [6]

Tu parli di Lenin, cioè di un titano del pensiero e dell'azione, e perciò ti metti in una botte di ferro: perché come si fa a confrontare con la sua l'azione nostra modesta? Credo però che non ti sarà difficile vedere come anche la più radicale e profonda delle azioni rivoluzionarie rinnovatrici è stata preparata e ha il suo germe in un lavoro lungo, lento, tenace, che ha aspetti politici e aspetti culturali ad un tempo. E qui ritorniamo, finalmente, al «Politecnico» e alla critica da noi fatta al suo indirizzo e al suo contenuto. Questa critica, infatti, è stata da noi concepita su di un piano sul quale credo non vorrai negare che l'uomo politico, anzi, la corrente politica che noi siamo, ha tutto il diritto di collocarsi e muoversi con piena libertà, cioè sul piano dell'esame critico dei differenti indirizzi di cultura che si manifestano nel Paese. Sarebbe bella che dovessimo, poiché siamo uomini politici e corrente politica, disinteressarci di queste cose! Come se l'affermarsi o lo svilupparsi in un modo piuttosto che nell'altro di un determinato indirizzo di cultura non possa avere le più profonde ripercussioni sullo sviluppo più o meno rapido e persino sul successo di una corrente politica come la nostra!

Quando «Il Politecnico» è sorto, l'abbiamo tutti salutato con gioia. Il suo programma ci sembrava adeguato a quella necessità di rinnovamento della cultura italiana che sentiamo in modo così vivo. Naturalmente, noi non pensiamo che spetti a noi, partito politico, il compito immediato e diretto di rinnovare la cultura italiana. Pensiamo che spetti agli uomini stessi della cultura: scrittori, letterati, storici, artisti. Per questo ci sembrava dovesse essere utile un'azione come quella intrapresa dal «Politecnico», alla quale tu chiamavi a collaborare, secondo un indirizzo che ci sembrava giusto, una parte del mondo culturale italiano. Ma a un certo punto ci è parso che le promesse non venissero mantenute. L'indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da qualcosa di diverso, da una strana tendenza a una specie di «cultura» enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente, prendeva il posto della scelta e dell'indagine coerenti con un obiettivo, e la notizia, l'informazione (volevo dire, con brutto termine giornalistico, la «varietà») sopraffaceva il pensiero. Ed è questo, e solo questo, che abbiamo detto, richiamandoci puramente al vostro programma primitivo. Seguendo la strada per la quale «Il Politecnico» tendeva a mettersi, ci sembrava infatti si potesse arrivare, non solo alla superficialità, ma anche a compiere o avallare sbagli fondamentali di indirizzo ideologico, e in questo modo temevamo che la tua iniziativa avesse ad esaurirsi, come molte altre già si esaurirono, in un conato infruttuoso, se non proprio nel contrario di quelle che sono le tue intenzioni,

Ricordi i vari movimenti culturali italiani del primo decennio di questo secolo? Quante promesse, e quante speranze legate a ciascuno di essi. Ma tu, se osservi con attenzione, constati che a un certo punto essi si esauriscono e finiscono tutti o quasi tutti allo stesso modo. Manca la costanza nel perseguire il fine proposto; affiora presto una generica irrequietezza, una superficiale ricerca del nuovo; la forza d'attrazione si perde; rimane, nel migliore dei casi, qualche personalità che riesce ad affermarsi per qualità sue, e tutto finisce lì, mentre guadagna terreno e finisce per trionfare, senza che nessuno gli sbarri la strada, l'analfabetismo fascista, e la nostra cultura subisce un'azione devastatrice.

Negli ultimi tempi del fascismo, ci furono tentativi di reazione al cretinismo ufficiale; ma anch'essi scarsamente efficaci, perché mancanti di unità e anche di serietà, tanto che si esaurirono nell'attività intermittente, come un fenomeno di fuggevole fosforescenza sopra un corpo in decomposizione, di piccoli gruppi slegati l'uno dall'altro, con le loro piccole iniziative, le loro rivistine, i loro libricciuoli, e nessuna traccia permanente, profonda.

A noi rincrescerebbe che «Il Politecnico», o se non esso qualche altra rivista di natura culturale, non riuscisse a rompere una buona volta questa tradizione, e a fare finalmente opera seria, profonda, duratura, di rinnovamento. Il nostro voleva quindi essere, più che altro, un richiamo alla serietà del compito che sta davanti a voi, uomini della cultura, e un appello a lavorare, secondo le linee che voi stessi avete tracciato, in modo adeguato a questa serietà. E a parte il fatto che qualcuno di noi possa anche come uomo di cultura essere interessato alla cosa, tu non vorrai negare che proprio come uomini politici essa può e deve starci a cuore.

 

PALMIRO TOGLIATTI

 

Questo numero del «Politecnico», però, doveva lo stesso uscire in tempo per fare la campagna degli abbonamenti nel momento favorevole delle feste di Natale. Io ho potuto dunque trovare il posto alla lettera di Togliatti, rimandando al prossimo numero molte comunicazioni di lettori (che prego di scusarmi) con i commenti che le riguardano. Ma non ho potuto trovare il posto anche per analizzare la lettera stessa, come va analizzata, in rapporto al mio scritto dello scorso numero, e alle tesi in esso accennate, ai dubbi e agli interrogativi in esso contenuti. Inoltre, dopo questa lettera io non vorrò scrivere, sulla questione, troppe parole di cui sia incerto come lo ero, e avvertii di essere, d'ogni parola del mio scritto precedente. Bisogna dunque che abbia il tempo di riflettere, e non una volta ma due, su ogni singolo punto. Posso già avvertire, tuttavia, che so di non aver nulla da sostenere in senso propriamente contrario a quello che Togliatti sostiene, anche se ho alcune cose da dire in senso diverso, e che si tratterà, in sostanza, di cogliere una buona occasione per chiarire di fronte ai sospettosi lettori non comunisti del «Politecnico» quale sia stata la posizione mia e del «Politecnico» (dal principio alla fine del settimanale) e quale essa tenda ad essere da quando «Il Politecnico» è una rivista trimestrale. Chiudo per ora facendo notare come l'impossibilità di un mio dissenso con quello che dice Togliatti sia già implicita nella coincidenza della critica di Togliatti al «Politecnico» con la mia stessa autocritica pubblicata nell'ultimo numero del settimanale (6 aprile 1946, n. 28), e di cui penso che Alicata avrebbe dovuto tener conto invece di insistere tanto su elementi non sostanziali del «Politecnico» quali i nostri incontri «di gusto» con Reed e con Hemingway. Scrivevo: «Noi non nascondiamo di essere in qualche modo lieti che la necessità della trasformazione (da settimanale in mensile) ci richieda uno sforzo nuovo. Per noi è una buona occasione che deve aiutarci a correggere i difetti nei quali, col settimanale, eravamo caduti. Noi non abbiamo avuto, col settimanale, una funzione propriamente creativa, o, comunque, formativa. L'altra funzione, la divulgativa, ci ha preso, a poco a poco, e sempre di più, la mano. Ci siamo lasciati andare ad essa. Abbiamo compilato, abbiamo tradotto, abbiamo esposto, abbiamo informato, abbiamo anche polemizzato, ma abbiamo detto ben poco di nuovo. In quasi tutte le posizioni che abbiamo prese... ci siamo limitati a gridare mentre avremmo dovuto dimostrare. E troppo spesso abbiamo dato sotto forma di manifesto quello che avremmo dovuto dare sotto forma di studio. Troppo spesso abbiamo affidato alla grezza testimonianza dei lettori quello che avrebbe avuto bisogno della rielaborazione di scrittori». Resti ora inteso, per i giovani cui mi rivolgevo, che la lettera di Togliatti non significa «problema chiuso». Significa solo che il problema (quello dei rapporti tra politica e cultura) è meglio impostato. «Politecnico» continua dunque ad aspettare ch'essi si pronuncino.

 

                                                                                                                               E. V.

(n. 33-34, settembre-dicembre 1946)                                                                                                                          

 

   

[1] Il romanzo Uomini e no, stroncato sulle colonne di Rinascita da Massimo Caprara.

[2] Cioè, mi assumo la responsabilità di quell’articolo di Alicata (lett. “sono presente io che l’ho fatta”).

[3] Togliatti si riferisce al Politecnico, cui lavoravano intellettuali iscritti o simpatizzanti per il partito comunista. Vittorini ribatterà che “l'errore principale, naturalmente, è di ritenere «Il Politecnico» comunista per il fatto di essere diretto da un comunista” (cfr. rubrica Risposte ai lettori – Politica e cultura, nel n. 31-32 del Politecnico, luglio‑agosto 1946).

[4] Alcide De Gasperi (1881-1954) fu esponente di spicco e segretario del partito della Democrazia cristiana, che sotto la sua guida ottenne nel 1948 la maggioranza assoluta nelle elezioni politiche in Italia. Già nel primo dopoguerra erano sorti forti contrasti tra il P.C.I. e la D.C., dopo un breve periodo di governo di coalizione, interrotto nel 1947, quando De Gasperi indirizzò il partito verso scelte anitocomuniste e filoamericane.

[5] Benedetto Croce (1866-1952) fu filosofo, storico e politico italiano, esponente dell’idealismo, che espresse l’opposizione al fascismo in nome dei valori del liberalismo. Qui il nome è preceduto ironicamente dal “don”, a sottolineare la funzione di intransigente “sacerdote” della cultura ufficiale che ebbe il personaggio fino alla morte.

[6] La distinzione tra qualità e quantità è essenziale nel discorso vittoriniano: la prima rappresenta l’insieme dei valori costitutivi di una società, e nel momento della loro realizzazione, la politica si identifica con la cultura; mentre la seconda risponde più ad un concetto di “obiettivi misurabili”, come quelli tipici della quotidianità dell’azione politica: in questi casi, largamente più frequenti, la cultura non si identifica con la politica, ma rivendica per sé compiti più generali, ambiziosi e dinamici.  I due termini (qualitativo e quantitativo) furono usati da Vittorini nella risposta all’articolo di Alicata, pubblicata nella rubrica Risposte ai lettori – Politica e cultura (n. 31-32 del Politecnico, luglio-agosto 1946), per distinguere l’azione della cultura (che agisce in campo qualitativo) e quella della poltica (che solitamente agisce mirando ad obiettivi quantitativi).