| PREMESSA |
E’ la famosa risposta di Vittorini alla lettera
di Togliatti. Si tratta di un testo molto lungo ed articolato, suddiviso dallo
stesso autore in sezioni (Doppio fronte della cultura – Rivoluzione e
«cultura al potere» - Suonare il piffero per la rivoluzione? – Uno sforzo
che eviti l’arcadia), nel quale
Vittorini espone in maniera appassionata le sue idee dei rapporti tra politica
e cultura.
Dopo aver chiarito il suo particolare modo – non ideologico - di
essere comunista (“aderii
ad una lotta e a degli uomini”),
Vittorini sostiene che cultura e poltica sono due attività con compiti
diversi (la cultura ha il compito di “ricercare”, di scoprire nuove mete
cui la politica possa prender spunto per la sua azione) e che i pericoli sia
per la cultura sia per la politica consistono nel trasformarsi in “sistemi”
chiusi, nel non essere più aperti alla ricerca e al cambiamento, nel credere
di possedere già, una volta per sempre, la verità. In conclusione Vittorini
chiede al P.C.I. di non tendere a condizionare gli intellettuali in modo che
siano allineati con le prospettive politiche del partito: lo scrittore “rivoluzionario”
– conclude Vittorini – non è colui che suona il piffero (ossia fa
propaganda) per la rivoluzione (perché in questo si rimane in una concezione
arcadica della funzione dello scrittore), ma colui che pone esigenze
rivoluzionarie “diverse da quelle
che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli
soltanto sa scorgere nell’uomo”.
POLITICA E CULTURA
LETTERA A TOGLIATTI
Caro
Togliatti,
in
luogo di tenermi all'argomento della
tua lettera con una risposta
semplicemente logica o polemica, io mi permetto di approfittare dell'occasione
per parlare con te (pur senza volerti distrarre a lungo dal tuo lavoro) di
alcuni problemi nati dal nostro Partito o intorno al nostro Partito che mi
sembrano aperti tuttora alle soluzioni più diverse e perciò tuttora sentiti,
intorno al nostro Partito, con incertezza, o con disagio, o addirittura con
diffidenza, con ipocrisia, con avversione, con timore.
Ma
non potrei nemmeno cominciare senza parlarti del modo un po' speciale in cui
sono comunista, il quale, in Italia, è un modo un po' speciale di numerosi
militanti. Io non mi sono iscritto al Partito Comunista Italiano per motivi
ideologici. Quando mi sono iscritto non avevo ancora avuto l'opportunità di
leggere una sola opera di Marx, o di Lenin, o di Stalin. Debbo dirti a questo
proposito, perché tutto sia il più possibile chiaro anche sul conto di
«Politecnico» e sulla sua posizione culturale, che io sono esattamente
l'opposto di quello che in Italia s'intende per «uomo di cultura». Io non ho
studi universitari. Non ho nemmeno studi liceali. Potrei quasi dire che non ho
affatto studi. Non so il greco. Non so il latino. Entrambi i miei nonni erano
operai; e mio padre, ferroviere, ebbe i mezzi per farmi appena frequentare le
scuole che un tempo si chiamavano tecniche. Quello che io so o credo di sapere
l'ho imparato da solo nel modo vizioso in cui si impara da solo. Le lingue
straniere, per esempio, le so come un sordomuto: posso leggere o scrivere in
esse, tradurre da esse, ma non posso parlarle né capire chi le parla. Io rido
di chi riduce il problema della cultura popolare a un problema unicamente di
semplificazione se penso a come l'ho visto risolvere, avendo tredici,
quindici, sedici anni, dal gruppo di giovani operai siracusani con i quali mi
scambiavo libri e gusti. Noi non esitavamo dinanzi a nessuna difficoltà di
lettura. Prendevamo, ad esempio, La
Scienza Nuova del Vico e se alla prima lettura non comprendevamo nulla,
leggevamo una seconda volta e comprendevamo qualchecosa, leggevamo una terza e
comprendevamo di più... E quei miei compagni di studi trovavano tempo di far
questo dopo otto ore ogni giorno di lavoro manuale. Né erano dei geni. Ora
sono semplicemente degli operai che possono affrontare qualunque lettura e
dare del filo da torcere a qualunque professore crociano. Ma il metodo
dell'autodidatta è vizioso, si lascia dietro cattive abitudini, lacune,
imperfezioni irrimediabili. Io so tutto questo, di me stesso, e, pur non
rifiutando di appartenere alla cultura, e di militare ormai nella cultura, di
avere dei doveri culturali, non è proprio come professionista di «cultura»
che scrivo in «Politecnico», e non è come professionista di «cultura» che
mi sono iscritto al nostro Partito.
Non
avevo letto una sola opera di Marx, ripeto, quando mi sono iscritto... Ai
tempi della mia euforia di autodidatta i testi di Marx non si trovavano già
più nel mondo dei libri, almeno a Siracusa. I testi che vi si trovavano erano
della Biblioteca Universale Sonzogno, erano di Laterza, erano di Bocca, erano
di Carabba
[1]
. Marx, purtroppo, non era mai uscito, in Italia, dalla cultura
politica di partito, non era mai entrato nella Cultura con la C maiuscola, e
tutti coloro che nel '22 avevano dieci o dodici anni, dovevano scontarlo tra i
ceppi dell'idealismo crociano e non crociano. Dunque io non aderii ad una
filosofia iscrivendomi al nostro Partito. Aderii a una lotta e a degli uomini.
Io seppi che cosa fosse il nostro Partito da come vidi che erano i comunisti
(a cominciare da Mario Alicata, che fu il primo comunista da me conosciuto
[2]
). Erano i migliori tra tutti coloro che avessi mai conosciuto, e
migliori anche nella vita di ogni giorno, i più onesti, i più seri, i più
sensibili, i più decisi e nello stesso tempo i più allegri e i più vivi.
Per questo ho voluto essere nel Partito Comunista: per essere con i soli che
fossero buoni e insieme coraggiosi, e insieme non disperati, non avviliti, non
aridi, non vuoti; per essere con i soli che già allora (nel '41, nel '42)
lottassero e credessero nella lotta loro; per essere con i soli che, quando
ragionavano, ragionassero da rivoluzionari. Non fu perché fossi culturalmente
marxista. Dopo il 25 aprile
[3]
io ho cominciato a studiare i testi marxisti; ma mi guarderei bene
dal chiamarmi per questo un marxista. Io ora trovo nel marxismo una fonte di
ricchezza culturale, che mi arricchisce. Vi trovo vita per il mio cervello:
propriamente dell'acqua viva
[4]
nel senso che è scritto sull'Evangelo di Giovanni; qualche
volta, qua e là, anche dell'acqua morta; ma penso che per chiamarmi marxista
non basterebbe ch'io completassi i miei studi del marxismo e aderissi in ogni
punto al marxismo e lo accettassi in ogni sua conseguenza; questo per me
sarebbe un modo passivo e inutile, non produttivo, di essere marxista; e penso
che per chiamarmi marxista dovrei essere in grado di apportare io qualche cosa
al marxismo, e di arricchire io il marxismo, di essere io stesso acqua viva
che affluisce nell'acqua viva del marxismo.
Conosco
più di un compagno, tra gli ultimi conosciuti, che sarebbe capace a questo
punto, di obbiettarmi: «Perché, se non sei un marxista, fai "Il
Politecnico"? Perché parli; e parli anche a noi? Perché scrivi? Perché
non ti limiti a imparare?». Egli pensa, cioè, che non essendo (o non
chiamandomi) marxista, io non possegga la verità, e dovrei fare a meno di
parlare, per coerenza di comunista. Ma una simile mentalità io so che tu sei
il primo a volerla combattere nei nostri stessi compagni. Il diritto di
parlare non deriva agli uomini dal fatto di «possedere la verità» . Deriva
piuttosto dal fatto che «si cerca la verità». E guai se non fosse così
soltanto! Guai se si volesse legarlo ad una sicurezza di «possesso della
verità»! Lo si legherebbe alla presunzione del possedere la verità, e non
parlerebbero che i predicatori, i retori, gli arcadi, tutti coloro che non
cercano. La cultura ridiventerebbe clericale come era prima del
Protestantesimo, o darebbe di nuovo lo spettacolo filisteo
[5]
che tanto sconcertava Carlo Marx nella Germania del suo tempo. Se
Marx pensava che attraverso il suo metodo si dovesse farla finita per sempre
con ogni forma di filisteismo era perché appunto pensava che il suo metodo
fosse di ricerca e non di possesso, e perché appunto pensava che tutto il
parlare degli uomini dovesse ormai avvenire in funzione di ricerca e non di
possesso. Io credo, perciò, di poter militare tranquillamente nel nostro
Partito anche senza chiamarmi marxista; e di potervi militare non solo
imparando ed ascoltando, ma anche parlando, anche scrivendo, anche facendo la
rivista che è «Il Politecnico».
È
la natura del marxismo a rassicurarmi in proposito; e che il Partito abbia
dichiarato, in occasione del suo V Congresso Nazionale, di non porre ai
militanti degli obblighi ideologici ha avuto per me un significato molto più
importante di quello d'un semplice riconoscimento della realtà nella quale io
avevo la mia parte tra centomila e centomila. II Partito si è certo reso
conto che la sua azione politica può corrispondere a quello che vogliono in
Italia un numero di persone dieci e venti volte più grande di quante non
siano ideologicamente convinte di volerlo. E si è certo reso conto che può
soddisfare, con la sua azione politica, anche ad esigenze umane manifestate
attraverso ideologie diverse dalla marxista o attraverso crisi, naufragi, e
brancolamenti di ideologie diverse dalla marxista. Ma il passo del Partito non
può essere stato semplicemente politico, e meno che mai semplicemente
tattico. Sarebbe inconcepibile che un partito di uomini si aprisse ad
accogliere tutti noi con i nostri problemi di crisi o di ricerca della
verità, e volesse, nello stesso tempo, restare insensibile ai nostri problemi
di ricerca o di crisi, e volesse conservare, nello stesso tempo, una freddezza
di possidente della verità. A che sarebbe servito? Una solidarietà politica
muore molto presto se trova un terreno repulsivo. Né sarebbe sfuggito a
nessuno che l'occhio del Partito era vitreo, se così fosse stato. II passo
fatto dal Partito Comunista Italiano al suo V Congresso assume dunque un
significato che va oltre i limiti della necessità politica italiana. Non
significa che, per necessità politica, il Partito accantona momentaneamente
la sua ideologia, e la pone tra le quinte. Non significa che il Partito
rinuncia, in questo particolare momento italiano, ad essere filosofia e
cultura. Centomila e centomila come me possono aver voluto aderire soltanto ad
una politica, nell'aderire al Partito. Ma con il suo passo del V Congresso il
Partito ci ha offerto la possibilità di aderire anche ad una filosofia, anche
ad una cultura, e di avere di nuovo una filosofia, senza dover niente rinnegare
di quello che in noi era già, diciamo, filosofico. Poiché il Partito si
è fatto più praticamente di quanto non sia mai stato filosofia e cultura.
Questo
è il senso profondo della sua decisione al V Congresso. Ha rimosso dal
proprio cuore le diffidenze che minacciavano di non lasciargli più intendere
il linguaggio contemporaneo degli uomini; ha riconosciuto di aver molto
imparato anche in senso ideologico attraverso la propria esperienza umana del
periodo clandestino; e ha riportato il marxismo italiano sulla strada più
propria del marxismo, che è la grande strada aperta della filosofia come
ricerca e non il vicolo cieco della filosofia come sistema. Venite a me, ci ha
detto il Partito, anche se siete kantiani, anche se siete hegeliani, anche se
siete esistenzialisti cattolici o esistenzialisti atei. Ma con questo non ci
ha detto che gli importa solo della nostra adesione politica e che non gli
importa niente di quello che siamo. Tutt'altro. Il Partito, a mio giudizio, ha
detto anzi che gli importa moltissimo di quello che siamo, e ha detto inoltre
che gli importa moltissimo di quello che esso è e può essere. Il Partito si
è preoccupato, in altri termini, di riaprire ad ogni sorta di stimoli la
propria ideologia, e riaprirla ad ogni sorta di contatti, risospingerla al
centro della corrente della vita dove possa ricevere e non dare soltanto,
arricchirsi e non spendere soltanto, e riprendere a cercare, a svilupparsi, ad
evolversi. Si è preoccupato di porre la propria ideologia in condizioni
d'essere di nuovo estremamente sensibile; capace di avvertire, nel contatto
con altre ideologie, i problemi che oggi si manifestano all'uomo attraverso le
più varie ideologie e combinazioni di ideologie; e capace di farli propri,
capace di impostarli in termini propri. Ma riconoscendoci per comunisti anche
se kantiani, anche se hegeliani, e via di seguito, il Partito ha riconosciuto
al nostro kantismo, o al nostro hegelismo, la possibilità di non essere un
sistema chiuso, e anzi di essere una filosofia vera e propria, di essere una
forza rivolta a trasformare il mondo. Noi saremo dunque comunisti nella misura
in cui il nostro kantismo o hegelismo o esistenzialismo, ecc., è rivolto a
trasformare il mondo. Saremo comunisti nella misura in cui il nostro kantismo
o hegelismo, ecc., non ci terrà immobilizzati in un sistema, e non sarà più
un sistema. Saremo comunisti nella misura in cui il nostro kantismo o
hegelismo, ecc., sarà filosofia nel senso originario della parola, e ricerca
della verità, anziché possesso della medesima.
Doppio
fronte della cultura
Qui
potrei mettermi a parlare del «Politecnico» e raccontarti come, con «Il
Politecnico» settimanale, noi si tendesse semplicemente a trasportare sul
campo generale della cultura italiana l'esigenza che ogni comunista non
marxista si trovava in grado di avvertire sul piano del nostro Partito; come
si tendesse a rendere sensibile quell'esigenza anche tra coloro ch'erano
estranei o neutrali o addirittura ostili verso il nostro Partito, e come si
volesse non già tentare di iniziare una «nuova cultura» ma (sapendo
benissimo che la possibilità di una «nuova cultura» dipende da «tutta»
una cultura) dare l'allarme sul pericolo che tutta la cultura corre in Italia.
Potrei analizzare in senso autocritico i motivi per cui «Politecnico»
settimanale suscitò invece diffidenza e irritazione nella cultura italiana
anche di sinistra, anche marxista. Ma la conversazione in cui siamo entrati va
oltre i limiti di un'autocritica della mia rivista (del resto già accennata
più volte) o di una sua difesa. Ormai il nostro argomento è quello dei
rapporti, in genere, tra politica e cultura, e io non posso richiamarmi alla
mia esperienza di «Politecnico» settimanale che nella misura in cui ci giova
a trattare il nostro argomento.
Ora
io non voglio dire che politica e cultura siano perfettamente distinte e che
il terreno dell'una sia da considerarsi chiuso all'attività dell'altra, e
viceversa. Cercherò più avanti di mostrare come invece le due attività mi
sembrino strettamente legate. Ma certo sono due attività, non un'attività
sola; e quando l'una di esse è ridotta (per ragioni interne o esterne) a non
avere il dinamismo suo proprio, e a svolgersi, a divenire, nel senso
dell'altra, sul terreno dell'altra, come sussidiaria o componente dell'altra,
non si può non dire che lascia un vuoto nella storia.
La
cultura che perda la possibilità di svilupparsi in quel senso di ricerca che
è il senso proprio della cultura, e si mantenga viva attraverso la
possibilità di svilupparsi in «senso di influenza», cioè in un senso
politico, lascia inadempiuto un compito per aiutare
ad adempierne un altro. Né si deve credere che alla politica serva (anche
se a volte lo sollecita o addirittura lo esige) un aiuto simile. L'influenza
che la cultura può esercitare agendo da mezzo della politica sarà sempre
molto esigua. E accade inoltre che sia inadeguata, che sia imperfetta. Tanto
di più serve invece, obiettivamente, alla
storia (e alla politica in quanto storia) che la cultura adempia il proprio
compito, e continui a porsi nuovi problemi, continui a scoprire nuove mete da
cui la politica tragga incentivo (malgrado il fastidio avutone sul momento)
per nuovi sviluppi nella propria azione. Nel corso ordinario della storia, è
solo la cultura autonoma (ma, si capisce, non sradicata, non aliena) che arricchisce
la politica e, quindi, giova obiettivamente
alla sua azione; mentre la cultura politicizzata, ridotta a strumento di
influenza, o, comunque, privata della problematicità sua propria, non ha
nessun apporto qualitativo da dare, e non giova all'azione che come un
impiegato d'ordine può giovare in un'azienda.
E’
indispensabile, senza dubbio, che la cultura abbia una comprensione anche
politica della realtà storica nella quale si trova radicata; non meno di
quanto è indispensabile per la politica di sentire i problemi sentiti dalla
cultura e di essere pronta a farli propri via via che maturano; né io
chiamerei mai cultura le
manifestazioni formalmente culturali che si lasciano sorpassare dal dinamismo
delle cose invece di scontarlo in sé, e di tendere, scontandolo, a informarlo
di sé, a guidarlo; ma questo non significa che la cultura debba identificarsi
con la politica.
Allo
stesso modo è indispensabile che la cultura non perda il contatto con il
livello culturale delle masse, e possa sempre avvertire le esigenze culturali
di esse, oltre che rendersi conto delle esigenze umane che, salendo da esse,
l'hanno prodotta. Nelle masse si ha la esatta misura storica della proporzione
in cui stanno l'una all'altra, e procedono, l'una traducendosi nell'altra, o
l'una traducendo l'altra, cultura e vita, civiltà e vita. E se il livello
culturale delle masse costituisce una forza propriamente politica di cui è
compito politico servirsi; se anche l'elevazione di tale livello è compito
che non può, allo stato attuale delle cose, non rientrare nell'azione
politica; se bisogna rifiutare la pretesa avanzata a volte da parte politica
che la cultura si realizzi, persino a costo di non essere più ricerca, come
educatrice immediata o diretta; se bisogna rivendicare la grande importanza
che una novità culturale inaccessibile alle masse (Dante o Cézanne,
Machiavelli o Marx) può sempre avere, in più della sua importanza di ricerca
o di espressione, proprio come educatrice, ma indiretta, attraverso strati
inferiori della cultura o attraverso la politica stessa; bisogna pure che alla
cultura non manchi, in quanto stimolo a cercare
nelle direzioni storicamente giuste, il contatto col livello culturale
delle masse oltre l'esperienza dei loro problemi umani.
La
cultura, cioè, deve svolgere il suo lavoro su un doppio fronte. Da una parte
svolgerlo in modo che le masse le restino agganciate e non si fermino, anzi ne
ricevano incentivo ad accelerare la propria andatura, e a lasciar cadere
sempre più in fretta quelle sopravvivenze di cultura sorpassata che inceppano
il loro dinamismo storico. Da un'altra parte svolgerlo (e allo stesso tempo)
in modo che non si verifichino arresti nel suo sviluppo e alterazioni nella
sua natura, per via dell'arretratezza culturale in cui le masse, o parte di
esse, si trovano. La politica può adeguare la propria azione al livello di
maturità raggiunto dalle masse, e persino segnare il passo, persino fermarsi,
appunto in ragione del fatto che qualche altra cosa, la cultura, continua ad
andare avanti. Anzi è in questo, direi, che si effettua in pratica la
distinzione tra cultura e politica; o almeno è solo in questo che si riesce a
veder scorrere separatamente le acque loro attraverso la storia. Politica si
chiamerà la cultura che, per agire (e qui lascio intendere «agire» tanto
nel senso dello storicismo idealistico quanto in quello del materialismo
storico), si adegua di continuo al livello di maturità delle masse, e segna
anche il passo con esse, si ferma con esse, come accade che con esse esploda.
Continuerà invece a chiamarsi cultura la cultura che, non impegnandosi in
nessuna forma di azione diretta, saprà andare avanti sulla strada della
ricerca. Ma se tutta la cultura diventa politica, e si ferma su tutta la
linea, e non vi è più ricerca da nessuna parte, addio. Da che cosa riceverà
la politica l'avvio alla ripresa se la cultura è ferma? Lo riceverà
direttamente dalla «vita»? In effetti sarà la vita a rimettere in moto la
cultura e la cultura rimetterà in moto la politica, ossia tornerà a tradurre
parte di se stessa in azione. Ma intanto avremo avuto un medioevo di
automatismo così come abbiamo avuto un Medioevo di sfruttamento. E perché lo
avremmo avuto? Perché dovremmo averlo? Il marxismo non è solo un metodo per
vincere lo sfruttamento. E’ anche la premessa di un metodo contro
l'automatismo. E a me sembra che nessuna dottrina politica come nessuna forma
di cultura potrebbe oggi rifiutare di avere in comune col marxismo almeno
questa premessa di un metodo contro l'automatismo, entro il quale si
regolassero i rapporti tra politica e cultura assicurando alla cultura la
possibilità di svolgere il proprio lavoro su entrambi i suoi fronti: di
avanguardia da una parte, in senso di ricerca; e di contatto con le masse da
un'altra parte, a mezzo di ufficiali di collegamento e in senso magari di
divulgazione, ma di una divulgazione che conservi in sé l'interrogativo
critico, che non si estranei dall'ambito del clima della ricerca, che non
produca presunzione di possedere una verità assoluta, e che, insomma, non
assuma il carattere catechistico del
quale, purtroppo, s'investe di solito l'attività divulgativa ricoprendo la
terra col peso morto dei catechizzati.
Ora
sono a un punto in cui rientra l'osservazione che costituisce un argomento
cardinale della tua lettera. Tu mi accusi di aver sostenuto una «falsa
generalizzazione». Invece è una bestialità, e ti confesso di aver arrossito
all'idea d'essermi espresso in modo tale da far intendere le mie parole come
tu le hai intese. Io ho scritto: «la politica agisce, in genere, sul piano
della cronaca. La cultura, invece, non può non svolgersi, all'infuori da ogni
legge di tattica e di strategia, sul piano diretto della storia». E tu mi
attribuisci di aver scritto semplicemente che «la politica è cronaca, la
cultura è storia» .
Può
diventare questo che tu riassumi il senso delle mie parole? Credo che,
nell'interesse della discussione, sia più utile da parte mia passare a
spiegarmi meglio, o a cercare di spiegarmi meglio. Io intendevo e intendo
dire, non altro che quanto ora ho detto più sopra: che la politica agisce
tenendo conto della realtà anche sotto il suo aspetto più contingente e
adeguandosi anche al suo aspetto più contingente, mentre la cultura si svolge
tenendo conto della realtà sotto il suo aspetto più largamente storico senza
bisogno di commisurarsi alla contingenza. La politica (o cultura che si fa
azione) deve compenetrarsi di tutta la necessità per potersi fare azione. La
cultura (o cultura che resta ricerca) deve limitarsi a scontare in sé il
significato della necessità per poter essere (sia essa scienza o sia essa
poesia) ancora ricerca. La politica, dunque, è storia non meno della cultura.
Solo che la cultura è storia che si svolge in funzione di storia e la
politica è storia che passa attraverso tutto il piano di necessità anche
spicciola della cronaca.
Questo
ho voluto e voglio dire; né, per altro, penso che la distinzione tra politica
e cultura possa tradursi in distinzione esatta tra uomini politici e uomini di
cultura. Che cos'è un uomo politico? E’ l'uomo di cultura che si estranea
dalla ricerca per applicarsi all'azione. E che cos'è un uomo di cultura? È
l'uomo di cultura che si tiene al di fuori dell'azione per continuare la ricerca. Ma nella realtà è difficile che un uomo
politico sia tutto politico e tutto immerso nell'azione, o che un uomo di
cultura sia tutto di cultura e tutto immerso nella ricerca. A volte si ha,
anzi, nello stesso uomo, un misto di attività culturale e di attività
politica, per cui un atto politico è insieme ricerca o addirittura scoperta,
e un atto di ricerca o di scoperta è insieme atto politico. Non possiamo mai
dire dove l'uomo politico finisca, entro un uomo, e ceda il posto all'uomo di
ricerca. Né possiamo sempre dire se sia meschinità culturale o meschinità
politica, errore culturale o errore politico, la meschinità e l'errore in cui
avviene che cada un uomo politico a un uomo di cultura.
Per gli uomini della rivoluzione americana, ad esempio, possiamo dire
con sicurezza che la pur grandiosa azione politica di Washington e dei
«federalisti» risulta tanto limitata in capacità di sviluppo a causa della
loro indifferenza culturale; ma non possiamo dire con eguale sicurezza se la
capacità di sviluppo dell'azione politica di Jefferson sia dovuta a grandezza
culturale o a una maggiore grandezza politica. L'esempio invece di Benedetto
Croce che giunge a dichiarare superato il marxismo è un esempio non solo di
cultura che si traduce in meschinità politica, ma anche di cultura che decade
in pseudo‑cultura, anzi in anti‑cultura. Egli immobilizzò la
cultura italiana con quella sua svolta, e ne aprì il terreno alla
sopraffazione politica del fascismo, vi seminò l'equivoco dal quale sono nate
tutte le bugie culturali che hanno giustificato in Italia la sopraffazione
politica e il fascismo. E che Croce abbia, pur in questo, conservato il fasto
delle grandi costruzioni culturali indica solo che un fasto cul
turale può, a un certo punto, non essere più cultura. Non è soltanto
attraverso
la politica (e attraverso una totale trasformazione della cultura in politica)
che la cultura può essere fermata. Può fermarsi anche per tendenza propria.
Si volge in possesso di verità; in
sistema,
ed è ferma. Si volge in San Tommaso, e fino ai calci negli stinchi di
quando la società produce un Protestantesimo o un altro, è finita. Ma occorre che io riverisca per cultura
l'immobilità di un sistema? Io riverirò piuttosto per cultura e chiamerò
(al confronto del filisteismo di Croce) cultura la resistenza opposta a
Croce dai capi più illuminati del movimento operaio che tu ti limiti a
chiamare politici.
Ma non è detto con questo che l'intransigenza politica debba sempre
produrre risultati ottimi e soltanto ottimi, in politica e cul
tura insieme, quando scaturisce da una sensibilità storica più acuta
di quella implicita nella posizione culturale alla quale si è opposta. Vi
sono esempi di atti politici in sé
necessari e di grande importanza politica che danno luogo a inconvenienti
culturali nocivi presto o tardi per la politica stessa; né più né meno come
vi sono esempi di giuste posizioni culturali che danno luogo a inconvenienti
politici nocivi presto o tardi per la cultura stessa. Prendi il libro di Lenin
contro il cosidetto «empiriocriticismo». Lenin è figura
tipica di uomo grandissimo nell'azione e insieme grandissimo nel pensiero.
Pure il
suo libro contro l'empiriocriticismo
[6]
(che fu politicamente necessa rio,
ed ebbe un'enorme importanza politica contro il pericolo politico che la
posizione degli empiriacriticisti rappresentava in quel tempo) ha dato luogo a
un inconveniente culturale di cui si giova ancora oggi
il marxismo volgare (e il troskismo, e il bukarinismo) con qualche
danno politico, ancora oggi, per quello che oggi è il nostro Partito.
Tutte le diffidenze e le riserve verso il Partito Comunista di molti
tra gli uomini di cultura più vivi del nostro tempo nascono da quel
libro di Lenin che, considerato in senso culturale, sembra tradurre il
marxismo da metodo in sistema, legarlo alla scienza del tempo, e chiuderlo, di
conseguenza, alla possibilità, ormai diventata necessità, di assimilare i
risultati dell'epistemologia contemporanea che, sviluppatasi proprio dall'empiriocriticismo,
si chiama anche fisica dei quanta, fisica atomica, biofisica, ecc. Perciò io
trovo, a volte, più grande del leninismo la dottrina di Stalin che tanta
saggezza ha saputo contrapporre al rigorismo della logica rivoluzionaria,
insegnandoci, contro le impazienze del razionalismo scientista, che
non si possono fare dei passi razionali uno subito dietro l'altro ma che ogni
nuovo passo razionale va fatto dopo che il precedente è penetrato, almeno
in parte, nelle abitudini, nella psiche umana ed è, insomma, diventato
«irrazionale», natura.
Antonio
Gramsci, in Italia, è grande sotto questo stesso aspetto. Egli ci dà, nelle
sue opere, ogni possibile premessa per una posizione culturale del marxismo
corrispondente a quella che oggi è in Italia la politica così libera e viva
del Partito Nuovo.
Rivoluzione
e «cultura al potere»
Ma
veniamo al punto della mia distinzione tra un corso ordinario della storia, in
cui la politica modificherebbe solo quantitativamente,
e i momenti straordinari in cui modificherebbe, invece, qualitativamente. Qui io non mi sono espresso male. Mi sono
sbagliato, e tu hai in pieno ragione di rimandarmi alla «dottrina del buon
vecchio Hegel che ci insegnò a non separare con una barriera la quantità
dalla qualità». Io mi sono sbagliato rispetto alla mia stessa convinzione
di quello che è politica, di quello che è cultura e di quello che sono,
nella storia, i rapporti tra politica e cultura. Pur con la mia avversione al
meccanicismo e con la mia simpatia per la fisica moderna, sono caduto nel
concetto meccanico che vede la mutazione qualitativa come il risultato d'una
somma ininterrotta di numerose mutazioni quantitative. O, più semplicemente,
mi sono irrigidito in una finzione mentale che mi aiutava a ragionare? Scherzi
simili succedono spesso a chi non si esprime, di solito, attraverso il
ragionamento esplicito. La volta che si trova impegnato a farlo può essere
anche più astratto d'un formalista della logica. Mi sono irrigidito in una
astrazione che mi faceva comodo?
La
conseguenza grave a cui porta il meccanicismo della mia distinzione tra quantitativo
e qualitativo è di vedere nell'attività politica due princìpi e due
decorsi, l'uno dei quali fa il suo dovere, durante la fase quantitativa, ad
identificarsi con la cronaca, e l'altro invece adempie la più alta missione,
durante la fase qualitativa, di identificarsi con la storia. Giustamente tu
desumi, perciò, che io pensi una cosa simile e che attribuisca alla cultura
il compito di «dirigere» nelle fasi del cosidetto quantitativo. Con questo
mi fai parlare diversamente da come penso, e da questo io mi accorgo di
essere in errore in tutta questa storia del quantitativo e del qualitativo.
Pure
io non ho mai pensato di rivendicare alla cultura la funzione di dirigere.
Che cosa avrei fatto a rivendicarle una tale funzione? Le avrei rivendicato
la possibilità di trasformarsi in politica. Poiché, automaticamente, appena
si ponga sul piano del «dirigere», dell'agire, la cultura si trasforma in
politica. Dire cultura che dirige è dire politica. E una «direzione» nella
vita sociale c'è sempre: nelle rivoluzioni, come nelle fasi di semplice
evoluzione o di involuzione; in senso conservatore come in senso sovvertitore;
per conto di una classe al potere come per conto di una classe che vuole il
potere. Ma che cosa significa il «dirigere» della politica rispetto al resto
della cultura che continua a porsi problemi sulla strada della ricerca
(scientifica, artistica, filosofica, ecc.) e che noi chiamiamo tout‑court
cultura? Significa che la politica può, con mezzi e intenti politici,
limitare la ricerca, darle un indirizzo piuttosto che un altro, arrestarla
su un punto, incitarla su un altro punto, e insomma asservirla alla sua
propria azione?
Da
quanto ora ho esposto più sopra è chiaro che io rifiuto una interpretazione
simile del «dirigere» la quale porterebbe a una politicizzazione totale
della cultura (con conseguenze neo‑medioevali di impoverimento
progressivo della politica stessa, ecc.), ed è chiaro che rivendico
un'autonomia per la cultura come possibilità di svolgere, tra tutti gli
errori cui ogni ricerca si trova esposta, il proprio lavoro non politico. Ma
so che nei momenti più acuti delle rivoluzioni la politica coincide
a tal segno con l'interesse della ricerca da rendere impossibile ogni
distinzione tra politica e cultura ed impossibile ogni autonomia della
cultura. Perciò ho fatto la mia meccanica distinzione del quantitativo e del
qualitativo. Per dire che la cultura deve essere autonoma rispetto all'azione
politica (anche all'interno di chi sia uomo politico) tranne nei momenti
decisivi delle rivoluzioni. E non per dire che in un certo periodo x la
«direzione» spetta alla cultura mentre in un periodo y «si può lasciarla»
alla politica...
Io
posso sbagliarmi in questo stesso senso, e posso ancora non essermi reso conto
di come stiano le cose, tuttavia ritengo che la mia obbiezione sia utile, che
sia almeno indizio della necessità di un approfondimento nella questione, e
di un chiarimento in essa. Tu vorrai concedermi che il rapporto della politica
con la cultura non sia sempre lo stesso, che varii, che varii forse
parecchie volte, ma che varii almeno una volta tra una fase in cui la storia
si svolge e un momento in cui si rivolge. Giuseppe Ferrari chiamava
rivoluzione ogni passo anche all'indietro della storia. L'istituzione del
podestà nei Comuni medioevali egli la chiamò, ad esempio, «rivoluzione dei
podestà». Idem quella dei gonfalonieri. La chiamò «rivoluzione dei
gonfalonieri». Ma noi, parlando di rivoluzione, pensiamo ai grandi
rivolgimenti sociali come la rivoluzione inglese del sec. XVII, la francese
del sec. XVIII, o la russa del nostro secolo. La cultura «vuole» questi
rivolgimenti. Essa tende alla «rivoluzione». Perché? In qual senso? Per il
fatto stesso di essere ricerca della verità (e lo è persino quando il
filosofo romano, o Pilato per lui, pone in dubbio dinanzi a Cristo che vi
possa essere una verità) la cultura inserisce una nostra scelta
dell'automatismo del mondo. Cultura è verità che si sviluppa e muta; e si
sviluppa, muta non solo grazie ai mutamenti concreti del mondo e grazie alle
esigenze di mutamento che si presentano nel mondo, ma grazie anche al suo
proprio impulso per cui essa «è» nella misura in cui è un tale impulso,
ovvero nella misura in cui non si placa, non si soddisfa, non si cristallizza
in possesso e sistema. Essa è la forza umana che scopre nel mondo le esigenze
di mutamento e ne dà coscienza al mondo. Essa, dunque, vuole le
trasformazioni del mondo. Ma aspira, volendole, ad ordinare il mondo in un
modo per cui il mondo non ricada più sotto il dominio di un interesse
economico, o comunque di una necessità, di un automatismo, e possa al
contrario identificare il proprio movimento con quello della ricerca della
verità, della filosofia, dell'arte, insomma della cultura stessa. Così la
cultura aspira alla rivoluzione come a una possibilità
di prendere il potere attraverso una politica
che sia cultura tradotta in politica, e non più interesse economico
tradotto in politica, privilegio di casta tradotto in politica, necessità
tradotta in politica.
Questa
aspirazione è in particolar modo evidente, per esempio, nella cultura che
precedette la rivoluzione francese, e Robespierre lasciò la testa sul
patibolo perché voleva essere l'uomo di una politica che fosse appunto
cultura tradotta in politica senza alcun compromesso con la necessità o con
gli interessi delle forze sociali che avevano agito nella rivoluzione. Egli e
i giacobini si illusero di poter considerare la rivoluzione francese come
«la» rivoluzione per eccellenza, e di poter esercitare il potere per conto
della cultura, su un piano di sviluppo che corrispondesse allo sviluppo della
cultura; anziché per conto di una forza sociale, su un piano di sviluppo che
corrispondesse alla capacità progressista di questa forza sociale. Pure salta
fuori un Burckhardt
[7]
, e ci dice, più di settant'anni dopo, che l'antica aspirazione
della cultura a prendere il potere (e prenderlo in un senso di realizzazione
continua del proprio sviluppo, non di realizzazione d'un proprio momento
immobilizzato) è diventata realtà, a partire dalla rivoluzione francese, con
la democrazia parlamentare. Marx invece sa vedere oltre l'illusione
persistente nel suo tempo. Egli ci mostra che cosa vi sia sotto la democrazia
parlamentare. Ma non ci insegna a disperare, né ci suggerisce la rinuncia
all'antica aspirazione. Egli ci dice che possiamo avere una rivoluzione straordinaria, tale da essere veramente quello che ogni rivoluzione
(in quanto cultura) avrebbe voluto essere, e da assicurare veramente il
predominio della scelta sull'automatismo, della ricerca sul sistema, della
cultura sulla necessità attraverso una politica che sia sempre cultura
tradotta in politica e mai più privilegio tradotto in politica. Ed è in una
società senza classi, ci dice Marx, che possiamo avere un potere in funzione
di cultura. Ed è in una rivoluzione capace di instaurare una società senza
classi che possiamo avere la rivoluzione liberatrice della cultura.
Ma
Marx non esclude che vi sia il pericolo, pur in una società senza classi, di
vedere la cultura estraniarsi dalla ricerca, assestarsi in possesso della
verità, fortificarsi in sistema e magari far precipitare il mondo in un
automatismo d'origine culturale. Marx sa bene che un mondo liberato dalla
necessità attraverso la cultura potrebbe sempre ricadere in schiavitù
attraverso la cultura stessa. C'è anche nella cultura la tendenza
all'inerzia. La Chiesa Cattolica è un esempio tipico di come la cultura possa
cristallizzarsi in una dottrina e in una politica che imprigionano il mondo in
un automatismo loro proprio, entro il quadro dell'automatismo economico e in
appoggio ad esso, o, domani, al di fuori di esso. L'eliminazione
dell'automatismo economico non garantisce, di per se stessa, contro ogni
automatismo. Rientra dunque nella visione del marxismo che la lotta contro lo
sfruttamento sia anche lotta
specifica contro questa o quella forma di automatismo, all'interno della
cultura come all'interno della politica, e
lo sia sempre di più quanto di più la società si sarà avvicinata alla
liberazione dal bisogno.
Direi
anzi che il marxismo pone l'esigenza della lotta contro lo sfruttamento con
spirito di lotta contro l'automatismo, sviluppato da quello che fu lo
spirito del Protestantesimo. I Marx non erano di religione israelita; erano
protestanti padre e madre. Karl fu educato da cristiano protestante; e se egli
identificò la rivoluzione protestante con la rivoluzione borghese non
identificò lo spirito del Protestantesimo con lo spirito borghese, ma
con lo spirito della borghesia come classe in ascesa che è cosa molto
diversa, e significa spirito di ascesa, spirito critico‑costruttivo, non
conformista, anti‑filisteo, problematico, tanto vero che appena in
stasi, la borghesia lo abbandona per un equivalente dello spirito cattolico o
addirittura ritorna, in stasi o in discesa, al cattolicesimo. Marx aspira alla
sua rivoluzione «straordinaria» come ad una rivoluzione per cui l'uomo
acquisti definitivamente e non molli più lo spirito di ascesa. Così possiamo
dire che lo spirito del Protestantesimo è una conquista umana fatta una volta
per sempre; che il marxismo la contiene; che vi ha un suo presupposto storico;
che ne è l'erede; che la sviluppa; e possiamo chiederci se il marxismo non si
trovi esposto a conseguenze limitatrici del suo spirito dovunque affronti una
realtà che mai è stata attraversata dalla scossa di un'esperienza
protestante o analoga alla protestante. Sono i nostri nemici a considerare il
marxismo come una concezione millenarista che veda il suo unico ed ultimo fine
nella società senza classi; essi, in tal modo, lo spiegano come uno sviluppo
di giudaismo; e a me sembra che sia da nemici del marxismo, non da suoi
simpatizzanti o da suoi seguaci, condiscendere a considerarlo misticamente
senza porsi la sua esigenza essenziale di anti‑automatismo per la quale
è il contrario di una concezione millenaria, per la quale è sviluppo di
Protestantesimo e non di giudaismo, per la quale è moderno e non
«estemporaneo», e per la quale vede nella società senza classi non
altro che un mezzo di liberazione dell'uomo.
Spesso
si confondono le constatazioni di Marx con i fini del marxismo, e il suo
disgusto della «storia com'è» con un presunto suo gusto di «storia come
dev'essere». Marx constata che le attività dell'uomo si svolgono sotto il
dominio dell'attività economica. E non si intende ch'egli mira appunto a
liberarle da un tale dominio. Marx constata che sono le manifestazioni
collettive, non le individuali, ad avere peso nella storia. E non si intende
ch'egli mira appunto a una storia in cui abbiano infine un peso, come cultura,
come qualità, le manifestazioni individuali. Si fa confusione tra il
grandioso «idealismo morale» di Marx e l'arma possente del suo realismo. E
non si intende che, pur insegnandoci come non si possa avere nessuna
liberazione dell'individuo senza uno sforzo collettivo, Marx propugna una
rivoluzione che non è a fine collettivista ma a fine individualista ed anzi la prima, la vera, a fine propriamente individualista.
Impegnato
nella lotta per la conquista della società senza classi il marxismo non si è
ancora sviluppato molto in direzione del suo significato intrinseco. Né
ancora ha scoperto un mezzo o un modo di impedire le scivolate in un
automatismo o un altro della cultura, in un automatismo o un altro della
politica, e di tener vivo nell'uomo quello spirito di ascesa che già fu,
chiamandosi protestante, lo spirito di ascesa della borghesia. Una società,
sia pure senza classi, in cui l'uomo mancasse di questo spirito (e della
problematicità derivante da un simile spirito), sarebbe una società in cui
nessun nuovo Marx, e nessun nuovo filosofo, nessun nuovo poeta, nessun nuovo
uomo politico avrebbero motivo di vivere. Sarebbe il contrario di quella
società sognata da Marx in cui l'individuo
dovrebbe, infine, avere un motivo qualitativo di vivere. Per questo è
necessario che. la cultura abbia sempre aperta la possibilità di essere
cultura, cioè di cercare, porsi problemi e rinnovarsi. Per questo è non meno
necessario che la politica rifugga sempre di più dal pericolo di essere
sistema tradotto in politica e si sforzi sempre di più di riuscire ad essere
ricerca tradotta in politica. Per questo è necessario infine che il rapporto
tra politica e cultura non sia regolato né dalla politica né dalla cultura e
sia lasciato «libero» di variare e di implicare una maggiore o minore
dipendenza reciproca, una maggiore o minore autonomia reciproca, secondo il
variare delle fasi che la storia attraversa nella sua marcia di avvicinamento
alla società senza classi e al primo stadio, in essa, della libertà
dell'uomo.
Suonare
il piffero per la rivoluzione?
Qui
avrei finito con l'argomento in discussione tra noi, potrei anche chiudere, ma
ancora non ho detto quello che di importante, di particolare e tuttavia
importante, mi sembra di avere da dire. Dalle parole della tua lettera mi
viene soprattutto, e più di tutto ha senso per me, un'impressione di grande
bontà. Penserai che ora voglia approfittarne? Voglio esprimere interamente la
perplessità in cui ci troviamo tanti e tanti intellettuali (parlo anche di
intellettuali non iscritti al P.C.) di fronte a qualcosa che oggi inaridisce o
comunque impedisce di essere più vivo il rapporto tra politica e cultura
entro e intorno al nostro Partito. Non tornerò sulla polemica sorta a
proposito della mia rivista. Io non ho mai inteso dire che l'uomo politico non
debba «interferire» in questioni di cultura. Io ho inteso dire ch'egli deve
guardarsi dall'interferirvi con criterio politico, per finalità di
contingenza politica, attraverso argomenti o mezzi politici, e pressione
politica, e intimidazione politica. Ma in quanto uomo anche di cultura, anche
di ricerca, egli non può non partecipare alle battaglie culturali. Solo che
deve farlo sul piano della cultura stessa e con criterio culturale. Vedi
l'esempio della reazione marxista a Croce. Si è svolta culturalmente, e ha
finito per culminare nell'opera di Antonio Gramsci che ristabilisce la piena
attualità del marxismo, non senza aver accolto talune delle obbiezioni
crociane, e non senza essersene giovato, non senza averle scontate, non senza
averne tratto occasione di sviluppo o almeno chiarimento per il marxismo
stesso. Metti invece che si fosse svolta «politicamente». Non dico proprio
con l'eliminazione fisica del Croce, o con una imposizione di silenzio alla
sua vecchia bocca, con la pressione di uno sciopero generale, con la forza di
un'azione o di un decreto. Dico con un rigetto formale e sprezzante; con un
«no» categorico e cieco; o con ragioni politiche mascherate da culturali;
con menzogne. Il marxismo italiano sarebbe magari rimasto al punto in cui era
nel 1908, legato mani e piedi al positivismo, e la politica stessa del nostro
Partito sarebbe oggi tanto più povera, non sarebbe la politica del Partito
Nuovo. Così, per «Politecnico», s'io accetto le tue critiche, e anche buona
parte di quelle di Alicata, non accetto però il criterio puramente politico
con il quale Alicata, ad un certo punto, ha falsificato la propria voce,
falsificando le stesse possibilità di discussione, quando, nell'esemplificare
un aspetto dei nostri interessi, ha parlato di Hemingway come di uno
scrittorello impressionista che si può quasi fare a meno di conoscere. È a
questo ch'io mi sono opposto e mi oppongo: questa inclinazione a portare sul
campo culturale, travestite da giudizi culturali, delle ostilità politiche e
delle considerazioni d'uso politico, col lodevole intento, evidentemente, di
rendere più spiccio il compito della politica, ma col risultato di alterare i
rapporti tra cultura e politica a danno, in definitiva, di entrambe. Servirsi
di una menzogna culturale equivale a servirsi d'un atto di forza, e si traduce
in oscurantismo. Non è partecipare alla battaglia culturale e portare più
avanti, con le proprie ragioni, la cultura, e portarsi più avanti nella
cultura: trasformare e trasformarsi. E’ voler raggiungere dentro la cultura
un effetto o un altro restando al di fuori dei suoi problemi. È agire sulla
cultura; non già agire in essa. Oscurantismo, ho detto. E produce quello che
l'oscurantismo produce: insincerità, aridità, mancanza di vita, abbassamento
di livello, arcadia, infine arresto assoluto.
Un
pericolo simile non è oggi presente in Italia, tra la più viva cultura
italiana e la politica del nostro Partito. Anzi sembra si allontani ogni
giorno di più. Ma abbiamo secoli di cattolicesimo alle spalle, e potrebbe
ripresentarsi. Inoltre è latente in parecchi paesi del mondo occidentale; a
volte in Francia, a volte negli Stati Uniti d'America; per cui penso sia un
pericolo che noi comunisti abbiamo una particolare inclinazione a correre, e
contro il quale dobbiamo armarci di una vigile coscienza. Prendi l'America. Vi
è stato più di un momento in cui i migliori narratori, i migliori poeti, e
gli scienziati, i pensatori più vivi lavoravano in senso filo‑comunista.
La rivista trimestrale «Science and Society» ci dà ancora oggi un esempio
della ricchezza di problemi che la cultura americana riusciva a porsi nei suoi
contatti con il marxismo. Ma un gran numero di buone riviste letterarie che
cominciarono da comuniste o filocomuniste, oggi sono diventate politicamente
agnostiche pur conservando il loro elevato livello culturale. Mentre altre che
sono rimaste comuniste hanno perduto il loro mordente culturale d'un tempo.
Hemingway, Steinbeck, Caldwell, Dos Passos, Richard Wright, James T. Farrell
hanno lasciato il loro posto di scrittori simpatizzanti col nostro movimento
politico a uomini non proprio di primo ordine come Howard Fast o Albert Maltz.
Eppure non si può dire che abbiano cambiato indirizzo nella loro ricerca di
scrittori, o che si siano «schierati con la reazione». Alcuni, certo, hanno
commesso degli errori politici; Hemingway, in pagine che sono tra le sue meno
felici, ha falsificato la figura di un grande rivoluzionario francese; ma il
complesso della loro opera resta e continua ad essere d'importanza
rivoluzionaria; ed è dalla sua pertinenza culturale, non da una sua più o
meno accidentale impertinenza politica, che si deve giudicare uno scrittore.
Può
bastare che uno scrittore «parli male di Garibaldi» per essere trattato da
scrittore controrivoluzionario? Molti uomini politici parlano male di
scrittori rivoluzionari, eppure gli scrittori non li trattano da uomini
politici controrivoluzionari. Giuseppe Mazzini, per citare un esempio già
illustre, scrisse che Leopardi era un poetuccio decadente al paragone del
«grande poeta civile» (figurati!) G. B. Niccolini, eppure nessun uomo di
cultura si è mai sognato di considerare Mazzini un reazionario. Noi pensiamo,
tutt'al più, che Mazzini non era in grado di intendere il valore rinnovatore
della poesia di Leopardi. Perché da parte dei politici non si usa quasi mai
la stessa indulgenza nei riguardi degli scrittori che hanno semplicemente
mostrato di non saper capire una figura di politico o una posizione politica?
Ma
non divaghiamo. Domandiamoci piuttosto quali vizi o difetti del nostro
atteggiamento verso la cultura possano contribuire a rendere così secco come
oggi, per esempio, è in America il rapporto della nostra politica con la
cultura. Essi ci vengono forse dal fatto che l'alimento spirituale di cui il
marxismo è ricco attira nella sua orbita, a nutrirsene, a viverci sopra di
rendita, troppi piccoli intellettuali che, incapaci di vita propria, ne
diventano i ringhiosi cani di custodia, e l'usano come una specie di codice
della politica e della cultura, pronti a pretendere, da ogni altro che più o
meno vi si avvicini, una squallida adesione conformista, priva di
problematicità, come è la loro. Così ogni esigenza «diversa», ogni
problema non già scontato e risolto, che uno scrittore con una vitalità sua
propria ponga nella sua opera, può suscitare una levata di accuse astratte
che presto o tardi lo spaventano lo sconcertano, lo spingono a tenersi
discosto da noi. Piccolo‑borghese, decadente, individualista sono le
definizioni più miti con le quali poeti o pensatori sono stati assillati da
questi fittavoli di un presunto marxismo, per anni e anni, in più di un paese
occidentale. A romanzieri di prim'ordine sono stati additati, da parte di
costoro, dei populisti di quart'ordine come esempi sui quali modellarsi. E
ancora in questi ultimi mesi, mentre l'America rischia di tornare al pensiero
di Calhoun, dottrinario dello schiavismo, accade che su un settimanale pur
serio e carico di responsabilità come «New Masses» si pubblichi un articolo
superficiale e settario contro il più grande pensatore progressista d'oltre
Atlantico, John Dewey, della cui opera i nostri Antonio Banfi e Galvano della
Volpe possono dire quanto gioverebbe, anche tra noi, in opposizione alla
filosofia conservatrice di Jaspers e dei crociani.
La linea che divide nel campo della cultura, il
progresso dalla reazione, non si identifica esattamente con la linea che li
divide in politica. È, questo
che, alle volte, non si capisce da parte nostra; o non si è pronti a capire;
o non si vuol capire. E da questo nascono le diffidenze ed ostilità che
rendono la politica progressista non sempre capace di sostenere la cultura
progressista come di valersene, e la cultura progressista non sempre capace di
sostenere la politica progressista come di valersene.
Avviene
che noi si voglia giudicare dalle manifestazioni politiche di un poeta, o da
quanto egli ha dato di esplicito, se la sua poesia è a tendenza progressista
o a tendenza reazionaria. Così, giudicato Dostojevskj un reazionario per le
sue dichiarazioni più esterne, trascuriamo di arricchirci dei profondi motivi
progressisti che sono nel vivo della sua opera, e lasciamo alla reazione di
arricchirsene, lasciamo ad essa di voltarli in vantaggio proprio. Al tempo di
Marx il marxismo sapeva impadronirsi del valore progressista ch'era implicito
nell'opera di ogni grande scrittore d'allora, fosse Hoelderlin, fosse Heine,
fosse Dickens o fosse Balzac, senza guardare se essi fossero, nell'esplicito
politico, con la destra o con la sinistra. Oggi noi siamo inclini a rifiutare
o ignorare i grandi scrittori del nostro tempo. Ignoriamo completamente, per
esempio, Kafka, che pure ha rappresentato con la forza grandiosa delle
raffigurazioni mitiche la condizione in cui l'uomo è ridotto a vivere nella
società contemporanea, e rifiutiamo in blocco l'opera, per esempio, di un
Hemingway che pure contiene, in termini concreti, tanti dei problemi per i
quali e in ragione dei quali l'uomo ha bisogno di una trasformazione
rivoluzionaria del mondo. Se Hemingway, mettiamo, si compromette
politicamente, noi potremo considerare nemica la sua persona, ma i suoi libri
non sono nostri nemici, sono ancora nostri amici, e io ho molto in contrario a
vederli rifiutati come letteratura della borghesia reazionaria. Non nego che
in Hemingway ed altri autori del genere sia presente, anche in senso
culturale, anche in senso poetico, qualcosa che autori più nuovi sentono la
necessità di superare. L'uomo di Hemingway è ancora un tipo di superuomo,
non un tipo di uomo. Ma non si può dipingere come tutto nero quello che
contiene anche del nero né si può dipingere come tutto oro quello che
contiene anche dell'oro. Questo è un criterio oscurantista che non si può
adottare nel campo della cultura. Tocca ad opere concrete d'una più nuova
poesia e d'una più nuova cultura di annullare o ridurre l'importanza delle
opere concrete d'un Hemingway. E noi, sentendo trattare da scribacchini degli
scrittori che sappiamo di prim'ordine, abbiamo l'impressione di essere tutti
sminuiti, e che il nostro stesso mestiere sia sminuito, che la cultura stessa
sia sminuita, che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non possano mai
essere riconosciuti come tali dai nostri compagni politici.
Che
cosa significa, per uno scrittore, essere «rivoluzionario»? Nella mia
dimestichezza con taluni compagni politici ho potuto notare ch'essi inclinano
a riconoscerci la qualità di «rivoluzionari» nella misura in cui noi
«suoniamo il piffero» intorno ai problemi
rivoluzionari posti dalla politica; cioè
nella misura in cui prendiamo problemi dalla politica e li traduciamo in «bel
canto»: con parole, con immagini, con figure. Ma questo, a mio giudizio, è
tutt'altro che rivoluzionario, anzi è un modo arcadico d'essere scrittore.
Uno
sforzo che eviti l'arcadia
[8]
Arcadia
non significa arte per arte. Ci può essere
anche un'arcadia, e anche un'accademia
dell'arte per l'arte, ma la formula «l'arte per l'arte» non è, di per se
stessa, una formula arcadica. Storicamente noi la troviamo usata, sia
nell'Inghilterra vittoriana come nella Francia secondo impero, per proteggere
dal conformismo lo sviluppo di nuove concezioni della vita. L'Inghilterra
vittoriana come la Francia secondo impero pretendevano che l'arte servisse a
inculcare, direttamente o indirettamente, i princìpi della morale dominante.
Dicendo l'arte per l'arte la cultura difendeva la propria libertà di
esprimere nuove esigenze della vita. E Swinburne e Baudelaire, Flaubert e
Thomas Hardy, lo stesso Oscar Wilde, ebbero funzione progressista. Aprirono un
varco nel conformismo, aprirono la mente a ricevere insegnamenti nuovi. Così
la loro lezione non fu che l'arte non debba «insegnare»; fu che deve
«insegnare» oltre i limiti richiesti dalla società.
E'
l'arcadia che invece «non insegna» . L'arcadia è l'arte che il
vittorianesimo o il secondo impero volevano: arte del conformismo; e io dico
che «non insegna» in quanto non insegna nulla che trovi essa stessa, scopra
essa stessa nella vita; in quanto non ha nulla di nuovo da dire per proprio
conto; in quanto si limita a ripetere «insegnamenti» che già la morale
comune, o il costume, o la politica, o la Chiesa insegnano.
Parlando
d'arcadia, di solito, noi pensiamo a una sola forma di arte arcadica: a quella
che fa le sue variazioni pastorali sul tema dell'amore. Ma questa forma di
arte arcadica non è arcadica perché tratta d'amore. Anche gli stilnovisti
trattavano d'amore e non erano arcadici. Questa forma è arcadica perché,
invece di attingere alla diretta realtà delle passioni, tratta d'una
concezione convenzionale che una certa società si è formata dell'amore,
attraverso un suo certo costume. E’ arcadica, dunque, perché non aderisce
direttamente alla vita, perché non si sviluppa direttamente dalla vita, e
aderisce piuttosto a un principio o un altro che già sia «cultura», già
riflesso o già prodotto della vita, già conquista affermata, già verità
scontata, usandolo come un tema ad essa esterno che si tratti di magnificare o
illustrare.
L'estetica
dell'arcadia implica una distinzione tra verità e poesia, per cui la verità
viene concepita a prescindere dall'elemento che la poesia è di essa e della
sua ricerca, e la poesia concepita a prescindere dalla parte integrante che ha
nella verità e nella sua ricerca. Il razionalismo astratto, che tutto misura
a piccoli passi visibilmente razionali e non vuole riconoscere per razionali i
passi più lunghi o non visibilmente razionali, o meno visibilmente razionali,
è la posizione culturale che più favorisce le scivolate dell'arte
nell'estetica arcadica. Le favorisce da semplice filosofia, e le favorisce
anche da politica. Induce i poeti a dire: «mettiamoci al servizio della
verità». E non si accorge che questo significa indurli a non lavorare per la
verità, a non adempiere il loro compito di scoperta propria della verità, a
non cercare anche loro la verità, a indurli in compenso a suonare il piffero
per una forma raggiunta di verità cui mancherà in ogni caso la parte di
verità di cui essi avrebbero dovuto integrarla.
Che
il piffero sia suonato su temi di politica, di scienza o di ideologia civile
anziché su temi di ideologia amorosa non cambia in nulla il carattere
arcadico d'una simile musica. Buona parte delle composizioni poetiche scritte
dagli arcadi italiani del Settecento sono su temi civili, e Vincenzo Monti è
da arcade che scrive sulla mongolfiera o sui comizi di Lione, da arcadi
scrivono i poeti civili del nostro risorgimento da arcadi e pastorelli della
politica scrivono i poeti patriottici che Giuseppe Mazzini preferiva a
Leopardi. Né chi suona il piffero per una politica rivoluzionaria è meno
arcade e pastorello di chi suona per una politica reazionaria o conservatrice.
I poeti della rivoluzione americana, come John Trumbull, come Philip Freneau,
come Timothy Dwight, non risultano oggi meno arcadi di chi, a Londra, suonava
il piffero per la riconquista delle colonie. L'argomento della suonata può
essere un grande problema rivoluzionario, ma se allo scrittore non viene
direttamente dall'interno della vita, se gli viene attraverso la politica o
l'ideologia, se gli viene «come argomento» egli suonerà il suo piffero per
esso, e sarà un arcade, sarà un pifferaro, non sarà uno scrittore
rivoluzionario. Nel migliore dei casi, se ha temperamento lirico, ci darà del
lirismo in luogo di pastorelleria, e sarà, mettiamo, un Maiakovski
[9]
. Ma non è certo il lirismo a rendere rivoluzionario uno
scrittore.
Rivoluzionario
è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze
rivoluzionarie diverse da quelle che
la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell'uomo ch'egli
soltanto sa scorgere nell'uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere, e
che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre accanto
alle esigenze che pone la politica, porre in più delle esigenze che pone la
politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi
scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il
timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come
tali dai nostri compagni politici, è perché vedo la tendenza dei nostri
compagni politici a riconoscere come rivoluzionaria la letteratura arcadica di
chi suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura in cui
simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi di crisi.
Rifiutare
e ignorare i migliori scrittori di crisi del nostro tempo, significa rifiutare
tutta la letteratura problematica sorta dalla crisi della società occidentale
contemporanea. E non è un rifiuto di riconoscere la problematícità stessa
per rivoluzionaria? Non è un rifiuto di riconoscere la crisi stessa per
rivoluzionaria?
Molta
letteratura della crisi è, senza dubbio, di provenienza borghese. Discende
dal romanticismo: è intrisa di individualismo e di decadentismo. Ma è anche
carica della necessità di uscirne, ed è ricerca
per uscirne. Si può chiamarla letteratura della borghesia solo nel senso
che è autocritica della borghesia
[10]
. I suoi motivi borghesi sono motivi di vergogna
d'essere borghesi e di disperazione d'essere
borghesi. Dunque è rivoluzionaria, malgrado i suoi vizi borghesi, come tanta
letteratura del Settecento inglese o francese era rivoluzionaria malgrado i
suoi vizi aristocratici. Essa soltanto, anzi, è rivoluzionaria nell'Europa
occidentale e in America. Gli scrittori che militano nel nostro Partito
riflettono anch'essi la vergogna d'essere «borghesi» e la disperazione
d'essere «borghesi», insomma la crisi borghese che riflettono gli scrittori
estranei al nostro Partito. Sono rivoluzionari, nel loro lavoro di scrittori,
per motivi non molto diversi da quelli per i quali lo sono un Sartre e un
Camus. Oppure non sono rivoluzionari, e fanno semplicemente dell'arcadia di
partito o del lirismo di partito.
La
stessa letteratura sovietica, nella misura che ci è dato giudicarla
attraverso le traduzioni, fa dell'arcadia o del lirismo. Dell'arcadia, la più
debole; del lirismo, la più forte. Questo indica come la crisi della cultura
sia oggi di tutto il mondo, della parte ancora capitalista sotto un aspetto
che possiamo magari definire «insufficienza di politicità» e della parte
già socialista sotto un altro aspetto che possiamo forse definire
«saturazione di politicità». Il primo scopre il fianco della cultura al
pericolo di essere coinvolta nella reazione politica, il secondo lo scopre al
pericolo non meno grave d'essere trascinata nell'automatismo. Lo scrittore
rivoluzionario dei paesi ancora capitalisti dovrà stare in guardia contro
entrambi i pericoli. E lo scrittore rivoluzionario che milita nel nostro
Partito dovrà rifiutare le tendenze estetiche dell'URSS non solo perché sono
il prodotto di un paese già in fase di costruzione socialista; e non solo
perché sono tale prodotto in un modo particolare alla Russia che non è detto
debba essere il modo della costruzione socialista italiana o francese; egli
dovrà rifiutarle anche perché contengono il pericolo che contengono.
Certo
noi scrittori di partito siamo preparati all'eventualità di dover limitare il
nostro lavoro, il giorno che fosse indispensabile per la costruzione della
società senza classi. Direi che siamo preparati all'eventualità di dovervi
addirittura rinunciare. In questo soltanto è la differenza tra noi scrittori
di partito e gli scrittori estranei ai partiti. Noi sappiamo che cosa è
accaduto, in ogni grande rivoluzione, tra politica e cultura; sappiamo che,
ogni volta, la poesia è stata arcadia; sappiamo che la cultura è diventata,
ogni volta, un'ancella della politica; e accettiamo in anticipo l'eventualità
che con la nostra rivoluzione accada la stessa cosa. Ma il marxismo contiene
parole per le quali ci è dato di pensare che la nostra rivoluzione può
essere diversa dalle altre, e straordinaria.
Può essere tale che la cultura non si fermi o che la poesia non decada ad
arcadia, e noi dobbiamo almeno sforzarci
di fare in modo che sia tale.
ELIO VITTORINI
(n.
35, gennaio-marzo 1947)
![]()
[1]
Nomi di case editrici italiane, molto conosciute in quegli anni.
In particolare la Biblioteca Universale Sonzogno era stata un’impresa
editoriale importante nel primo novecento, in quanto aveva pubblicato a
prezzi popolari collane di classici di tutte le letterature. ![]()
[2]
Alicata scrisse su Rinascita
l’articolo “La corrente Politecnico”, che avviò la polemica su
cultura e politica. ![]()
[3]
Il 25 aprile del 1945 è la data della Liberazione dell’Italia
dal nazifascismo. ![]()
[4]
L’espressione ricorre anche in Conversazione
in Sicilia, ad esprimere la posizione di chi vede la possibilità di un
riscatto “dall’offesa del mondo” solo attraverso il recupero integrale
dei valori del cristianesimo. ![]()
[5]
Cioè reazionario e conformista. ![]()
[6]
Indirizzo filosofico sviluppatosi nell’ambito del positivismo
della seconda metà dell’800. Interpreta ogni realtà come un insieme di
sensazioni, sulla cui base vede nascere i concetti, che rispondono alla
funzione semplificatrice della scienza, che ha solo uno scopo pratico. ![]()
[7]
Carl Jacob Burckhard (1891-1974) fu uomo politico, scrittore e
storico svizzero. ![]()
[8]
Con il termine “arcadia” si indica un atteggiamento tipico
della cultura di operare al di fuori della realtà, senza porsi obiettivi di
intervento nella società e limitandosi a celebrare conformisticamente le
certezze convenzionali. ![]()
[9]
Poeta russo, cantore della Rivoluzione. ![]()
[10]
La cultura tradizionale del novecento era stata soprattutto di
matrice decadente, e la cultura marxista l’aveva sempre rifiutata come
espressione della società borghese. Invece Vittorini rileva che essa è
più vicina di quanto non sembri alla “rivoluzione socialista”, perché
i motivi in essa sviluppati non sono altro che la disperazione di essere
borghesi, e mettono in evidenza tematiche importanti come la sofferenza e la
crisi dell’uomo contemporaneo. ![]()