PREMESSA

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E’ l’articolo con cui inizia, di fatto, lo scontro pubblico tra il P.C.I. e il Politecnico di Vittorini. Si tratta di un corsivo di Alicata, personaggio di primo piano del partito comunista italiano, pubblicato nel numero 5-6 di Rinascita (maggio-giugno 1946). In esso si fa riferimento alla “corrente Politecnico”, come ad un gruppo che porta avanti una politica culturale non allineata alle posizioni ufficiali del partito, si parla di un certo fallimento degli obiettivi del Politecnico, accusato di “intellettualismo” e di scelte editoriali discutibili.
A quest’articolo risponderà Vittorini sul Politecnico del luglio-agosto ’46, con uno scritto che ha per titolo RISPOSTE AI LETTORI - POLITICA E CULTURA

 
 
La corrente «Politecnico»

 Credo che bisognerà tornare ancora, in modo più impegnativo che non consentano queste noterelle, su questo argomento. E perchè la corrente «Politecnico» (intendo il complesso dell'attività giornalistica ed editoriale di Elio Vittorini e dei suoi amici) rappresenta l'unico tentativo organizzato di «novità» affiorato in Italia come riflesso culturale della lotta contro il fascismo condotta da taluni gruppi di intellettuali, e perché il nucleo d'attrazione del movimento è costituito da intellettuali comunisti o simpatizzanti col comunismo.

Ciò avrebbe dovuto significare, in prospettiva, due cose: in primo luogo, l'impegno di ristabilire un contatto «produttivo» fra la nostra cultura e gli interessi e i problemi concreti delle grandi masse popolari italiane, con il loro profondo desiderio di rinnovamento, con le loro esigenze

storiche di libertà e di progresso economico, sociale, poli­tico, in secondo luogo, la possibilità di creare un vasto movimento di interessi morali e pratici fra i ceti medi e intellettuali, per gettare anche da questa parte un ponte al di sopra della frattura che ha sempre separato questi ceti, nel loro complesso, dal movimento democratico delle masse lavoratrici, e li ha spesso respinti a rimorchio dei gruppi reazionari detentori dal potere economico e politico.

E’ riuscita, la corrente «Politecnico», in questi due obiettivi? Io, personalmente, ritengo di no; e, ritengo che non ci sia riuscita perché non ha saputo porre chiaramente, in prospettiva, questi due obiettivi di fronte a sé..

Bisognava lavorare ad una cultura «nuova»; e lavorare per una cultura «nuova», significa riuscire a creare e a diffondere un «linguaggio» nuovo, attribuendo al termine «linguaggio» (come è chiaro) non un valore puramente formale, ma di intima espressione, di «atteggiamento», di «gusto», di «mentalità».

Orbene, mi perdonino Vittorini e gli altri amici della corrente «Politecnico», il «linguaggio» col quale essi vogliono parlare agli altri uomini, ha sì una presunzione di maggiore «umanità», ma, in pratica, è risultato quanto mai «astratto» ed «esteriore»: intellettualistico, insomma.

Mi si chiederà che cosa intendo per intellettualismo. Ecco, per esempio, secondo me è intellettualismo giudicare «rivoluzionario» e «utile» uno scrittore come Hemingway, le cui doti non vanno al di là d'una sensibilità da «frammento», da «elzeviro», e «rivoluzionario» e «utile» un romanzo come Per chi suona la campana [1] che rappresenta la riprova estrema dell'incapacità di Hemingway a comprendere e a giudicare (cioè, poi, a narrare) qualcosa che vada al di là d'un suo quadro di sensazioni elementari e immediate: egoistiche. Ed è, per esempio, intellettualismo giudicare «rivoluzionario», «utile», un vecchio e superficiale reportage giornalistico sulla rivoluzione di Ottobre qual è Dieci giorni che sconvolsero il mondo di Reed [2] .

Insomma, Vittorini e i suoi amici sono partiti dal presupposto illuministico di dover «informare» il lettore italiano di tutto un complesso di «fenomeni» letterari o scientifici o storici, da cui vent'anni d'oppressione e d'oscurantismo avevano tagliato fuori la grande massa degli italiani; e hanno ritenuto che  «informare» valesse automaticamente «educare», cercando ‑ piuttosto che di favorire un processo cosciente di critica e di autocritica, ‑ di smuovere e di entusiasmare la fantasia.

Per questa via, l'unico contributo poteva essere portato ad un arricchimento del gusto, svezzandolo da certe prospettive provinciali, dandogli un senso dell'arte, dell'espressione, più vivo e moderno. Ma a questo punto, si pone una domanda: in che misura è viva e moderna, cioè «nuova» e «utile», per noi, una letteratura che ha, fra gli altri come portabandiera, uno Hemingway? Ci può essere un'arte «umana», che non abbia come obiettivo una conquista di verità? E che bisogno abbiamo noi, oggi, d'un'arte che non sia «umana», cioè non aiuti gli uomini in una lotta conseguente per la giustizia e per la libertà?

 

MARIO ALICATA

 

[1] Il Politecnico pubblicò a puntate il romanzo.

[2] Nel numero n. 6 del Politecnico (3 novembre 1945)era stato pubblicato un brano di questo libro, scritto da un giornalista americano che visse in Russia durante la rivoluzione. Quest’opera in realtà non era ben vista dal partito comunista, in quanto proponeva una lettura rivoluzionaria del comunismo, assai lontana dalla politica del partito di quegli anni.