Le città del mondo è l’ultimo romanzo scritto da Vittorini. Pubblicato postumo da Einaudi nel 1969 ci è giunto incompleto: ai primi quaranta capitoli numerati se ne aggiungono altri senza numerazione e vari frammenti. Dal 1952 (anno d'inizio della composizione) al 1959 parti del romanzo furono pubblicate su varie riviste. La stesura del libro fu frammentata: nel 1955 fu interrotta a causa della morte del figlio e riprendendo il romanzo qualche anno dopo Vittorini espresse un giudizio molto negativo bollandolo come "neoclassico".
L’impianto narrativo dell’opera si articola attorno a cinque storie principali che hanno come protagonisti quattro pastori (Rosario e il padre, Nardo e suo padre), due sposi in fuga (Gioachino e Michela), la meretrice Odeida e la giovane aspirante prostituta Rea Silvia, e la signora delle Madonie. Lo sfondo è quello della Sicilia, una terra osservata in una dimensione mitica, a tratti quasi arcadica, ma nello stesso tempo storica e reale. Anche in quest’opera la Sicilia è, per Vittorini, un ambiente carico di significati, emblema della storia del mondo, che è possibile rappresentare, nelle sue innumerevoli sfumature, come un’unica grande città, all’interno della quale si registra un moto perpetuo, un continuo spostarsi alla ricerca di qualcosa.
Una caratteristica che accomuna tutti i personaggi, infatti, è il loro viaggiare incessante, perché vogliono fuggire da qualcuno o qualcosa, o perché vogliono liberarsi del loro passato e tendere verso una nuova meta. Una specie di misteriosa inquietudine li conduce attraverso l’isola in una strana ricerca e a turno vengono in primo piano, cantando la loro vicenda e spiegando il motivo del loro girovagare. Non sono solamente figure allusive o simboliche, né semplici stereotipi o caricature ma uomini, donne, fanciulli in carne ed ossa, ciascuno con una propria storia, una propria pena. Le città che vi compaiono diventano veri e propri microcosmi, mondi nei quali, nel succedersi di giorni e di notti, vite lontane ed esperienze diverse s'incontrano o si scontrano.
[Sarebbe forse opportuno richiamare qui la questione del titolo cambiato e magari un breve confronto con Conversazione]
Un limite dell’opera è la mancanza d'unità poiché essa si presenta come una sorta di collage, un amalgama di vicende in realtà autonome e di materiali eterogenei. La struttura narrativa risulta, pertanto, piuttosto complessa e l’intreccio degli avvenimenti e dei personaggi alquanto artificioso.
Le prime due figure che entrano in scena sono quelle di Rosario e di suo padre. Quest’ultimo introduce il tema della rassegnazione e della sfiducia nei confronti del mondo: introverso e silenzioso evita ogni possibile contatto con le altre persone che incontra durante il cammino e addirittura impone al figlio itinerari che escludono i luoghi e le città più belle. In questo modo si contrappone nettamente all’atteggiamento di Rosario, un adolescente curioso ed irrequieto, attratto dalle città che esteriormente gli appaiono più belle, perché il rapporto fra il padre e il figlio è conflittuale: il giovane sta diventando indipendente, si ribella alle decisioni del padre e cerca di far valere le proprie ragioni.
Parallelamente a queste agiscono le due figure di Nardo e suo padre, che improvvisatisi pastori sono anche loro in viaggio per la Sicilia, benché con ben altre motivazioni. Questa seconda coppia è nettamente diversa dalla prima: Nardo è un bambino ubbidiente che nutre una sincera ammirazione per il genitore, mentre il padre, nella realtà puparo e uomo di teatro, è una specie di filosofo e di poeta (ha scritto il seguito della tragedia shakespeariana Macbeth e ragiona sulle sventure e sui mali del mondo proponendo una saggezza da antico vate che pare richiamare la figura del Gran Lombardo di Conversazione in Sicilia. Il viaggio di questa seconda coppia ha uno scopo preciso: il padre ha, infatti, deciso di abbandonare il figlio perché non può più mantenerlo a causa delle condizioni disagiate in cui versa la sua famiglia; per Nardo è, quindi, un percorso d’istruzione in cui deve capire in breve tempo "come gira il mondo" e deve essere in grado di cavarsela da solo.
L’atteggiamento dello scrittore nei confronti di questo personaggio è volutamente ambiguo: vi si scorge una comprensione ammirata per la forza caratteriale di un uomo che si adatta alle leggi della natura e una satira amara della sua poesia, usata per nascondere l’egoismo del proprio comportamento.
Le due coppie s’incontrano nei pressi della città di Agira ma subito avviene una nuova separazione: i due padri cominciano a discorrere ed a confrontarsi mentre i loro figli si avviano verso la città per vendere ricotte. Il padre di Nardo racconta il motivo per il quale ha condotto il figlio in questo viaggio, mentre il padre di Rosario appare preoccupato per il figlio, che sta crescendo, va acquistando indipendenza e sente di non riuscire più a controllarlo. La città si rivela fonte di pericoli per i due ragazzi che si misurano con un mondo completamente diverso dal loro, quello della ricca signorina Manilla. Lo scontro fra due realtà sociali tanto diverse è drammatico e Rosario finisce per farne le spese.
Il nucleo centrale del libro è costruito sulla vicenda parallela di queste due coppie di personaggi mentre gli altri episodi risultano collaterali. Una funzione puramente esornativa ha la vicenda di Gioachino e Michela, i due sposi in fuga continua che si inseriscono nell’atmosfera di inquieto vagabondare che domina tutto il libro. Anche l’episodio di Odeida e Rea Silvia appare marginale anche se più sviluppato e articolato rispetto a quello degli sposi. Il filo conduttore è ancora il tema del viaggio che consente alla giovane fanciulla Rea Silvia che ha abbandonato la famiglia ed il suo paese in cerca della propria indipendenza (anche a costo di dover fare la prostituta) di incintrare la vecchia meretrice Odeida che vive girando incessantemente per la Sicilia sul suo carro. Quest’ultima prospetta a Rea Silvia una futura carriera di prostituta, ovviamente sotto la sua tutela e protezione. La figura della meretrice non viene considerata in modo negativo: ella diviene simbolo di un amore generoso, primitivo ed innocente.
Altro personaggio significativo del libro è la signora delle Madonie, la zia di Manilla un’anziana e ricchissima donna, odiata e rispettata dai parenti che ne aspettano la morte per poter ereditare, invisa e nello stesso tempo temuta dai contadini che la venerano come un nume. Ella esprime la sua visione aristocratica della vita simpatizzando con le leghe dei contadini e rigettando la mollezza e la vigliaccheria dei suoi parenti nobili. Vittorini sembra affidare a questa singolare figura, contraddittoria ed indecifrabile, la sua personale delusione riguardo alla possibilità di cambiamenti sociali in senso democratico ed egalitario: infatti la feudataria nevrotica e un po’ megalomane si rammarica del fallimento dei moti contadini che non sconvolgono l’immobilismo sociale.
Altro personaggio interessante è il ragioniere padre di Manilla, un uomo imprigionato in una realtà dalla quale non ha la forza di liberarsi. Entrato a far parte di una nobile famiglia pur senza avere niente di aristocratico, vorrebbe sfuggire dalla realtà di decadenza e di squallore in cui si trova (la moglie da nove anni è in preda a crisi isteriche a causa della morte del figlio). La sua protesta viene affidata non ad un atto deciso o ad una netta presa di posizione, ma ad una dedica che scrive sul libro che decide di donare a Rosario: "Non v’è dubbio che hai anche tu i tuoi diritti. Ma dove? Indosso non ti si vedono. Cercali, conquistali, falli valere, e potrai ottenere che la figlia stessa del re ti sia data in premio." Il titolo originario del testo, infatti, "I diritti dell’uomo" rinvia significativamente ad una tematica cara allo scrittore, quella dell’esistenza di diritti costitutivi di ogni essere umano, indipendentemente dalla sua condizione sociale.
In realtà nell’atmosfera mitica e rarefatta, appunto un po’ "neoclassica", che non di rado si respira nel testo, la tematica sociale quasi si perde per cui anche la mobilitazione dei contadini che si muovono verso un obiettivo imprecisato finisce per essere rappresentata come un atto fine a se stesso più che nella sua dimensione di protesta sociale.
Talvolta si ha quasi l’impressione che Vittorini voglia affidare ai suoi personaggi messaggi che ne travalicano l’importanza e il ruolo sociale, come quando attribuisce al padre di Nardo
Per questo, forse uno dei personaggi più vivaci e felicemente delineati è quello della meretrice Odeida, che richiamando la saggia disposizione d’animo della Zobeide de "Il garofano rosso" traccia alla propria futura pupilla Rea Silvia un quadro furbescamente realistico della vita della
Anche il ritmo narrativo lento e frammentato spesso lascia al lettore "l’impressione di trovarsi di fronte ad una materia narrativa di grande suggestione, anche se ancora piuttosto magmatica e non ancora definitivamente incanalata dallo scrittore" (F. De Nicola).
Forse per questo, definitivamente abbandonata l’idea di portare a termine la stesura del romanzo, Vittoriani ne rimaneggerà la materia e gli spunti narrativi, ricavandone la sceneggiatura di un film.
In appendice a Le città del mondo si trovano, oltre ai diversi capitoli non numerati che testimoniano l’incompiuteza dell’opera, anche sei immagini della Sicilia rifiutate (quadri di solitudine raccontati in un linguaggio molto popolare) e un capitolo rifiutato che contiene la continuazione della vicenda di Rea Silvia e Odeida